Italia-Cina, ok all'intesa ma è lite nel governo

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Dieci accordi commerciali, diciannove intese istituzionali e un litigio politico. A rovinare la festa a Luigi Di Maio e al Movimento Cinque Stelle, che si sono spesi moltissimo per la firma del memorandum d'intesa per la nuova Via della seta con Xi Jinping, è stato, ancora una volta Matteo Salvini. Mentre Xi ringraziava il governo italiano, il leader leghista da Cernobbio attaccava. «Non mi si dica che la Cina è un paese con il libero mercato», ha detto, annunciando di essere soddisfatto della firma del memorandum ma precisando che «noi vogliamo essere assolutamente cauti quando c'è in ballo la sicurezza nazionale, il trattamento dei dati sanitari, dei dati telefonici, la nostra privacy e l'energia che deve essere sotto controllo di organismi italiani. Per il resto se si portano gli imprenditori italiani in Cina, piuttosto che in Russia o in Brasile, va benissimo».

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LA SORTITA
Una sortita alla quale ha risposto caustico lo stesso Di Maio. Salvini, ha replicato il vice premier grillino, «ha il diritto di parlare, io il dovere di fare i fatti come ministro dello Sviluppo economico». La tensione tra i due alleati di governo, insomma, è tornata ai livelli di guardia. Di Maio comunque, non rinuncia a sottolineare che quello di ieri sia stato un giorno «importantissimo». Da qualche giorno il vice premier grillino ha sposato la retorica trumpiana. Prima ha adattato all'Italia il motto America First. Poi ieri ha parlato della necessità di riequilibrare la bilancia commerciale con Pechino. Gli accordi firmati tra Italia e Cina valgono 2,5 miliardi di euro, ha spiegato, e hanno un potenziale di 20 miliardi. Ci sono due veri e propri contratti, quello firmato dall'industria siderurgica friulana Danieli per la costruzione di uno stabilimento in Azerbaigian insieme ai cinesi, e quello di Ansaldo Energia per la fornitura di turbine per la produzione di energia elettrica.

Le altre intese sono per future cooperazioni, come quella della Cassa Depositi e Prestiti con Bank of China per l'emissione dei cosiddetti Panda bond, delle obbligazioni riservate a investitori istituzionali cinesi la cui raccolta sarà poi destinata ad imprese italiane che operano in Cina. Poi ci sono le intese istituzionali, come quella siglata dal ministero dell'Economia per evitare le doppie imposizioni fiscali con Pechino. A pochi, tuttavia, è sfuggito che alla vigilia di trattative commerciali tra imprese italiane e cinesi da annunciare durante la firma del memorandum ne erano state contate una cinquantina. Che fine hanno fatto? Palazzo Chigi si è giustificato spiegando che non si è riusciti a finalizzarle perché i tempi sono stati stretti. All'appello mancano, tra gli altri, un accordo di Terna e un altro di Italgas. Strette di mano sfumate, ma su cui si continua a lavorare in vista del viaggio del premier Giuseppe Conte in Cina, in programma a fine aprile, e che potrebbe portare - questo uno degli obiettivi- alla sigla degli accordi mancanti. In un post pubblicato su Facebook ieri, il presidente del Consiglio ha plaudito all'intesa con Xi. «Il Memorandum sulla Belt and Road, sottoscritto per nostro conto dal Vice Presidente Luigi Di Maio, costituisce un importante segnale di attenzione del governo italiano verso questo progetto di connettività euroasiatica», ha spiegato.

Sottolineando tuttavia che «questa collaborazione viene impostata in stretto raccordo con la strategia dell'Ue sulla connettività euroasiatica e nel pieno rispetto dei principi, oltre che di reciprocità, anche di trasparenza, inclusività, sostenibilità fiscale ed ambientale». Un colpo al cerchio, il sostegno al memorandum con Pechino firmato da Di Maio, e uno alla botte, ossia le rassicurazioni ai partner comunitari che nei giorni scorsi avevano manifestato più di una perplessità alla fuga in avanti di Roma, primo paese del G7 a firmare un'intesa strategica con la Cina.

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