​Governo, aria di crisi, l’ira di Salvini. Conte: non siamo dei passacarte

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Il caos nel governo è totale. Il cerino della crisi si accorcia, i due presunti alleati continuano a passarselo a suon di fendenti e il “decreto-crescita” - compreso il “salva-Roma” modificato - esce dal consiglio dei ministri dopo una lunga notte durante la quale Di Maio e Salvini non se le sono mandate a dire. Alla fine è stata trovata un’intesa a metà rimandando al Parlamento il compito di completare le norme sulla Capitale.

Andando però per ordine, il primo a scatenare ieri la sua irritazione per la piega che ha ormai preso la maggioranza, è stato il presidente del Consiglio. Giuseppe Conte se la prende con il ministro dell’Interno prima dell’inizio del Consiglio. Salvini ieri pomeriggio si presenta puntuale a palazzo Chigi e, dopo aver constatato l’esiguo numero di ministri grillini presenti e parlottato qualche minuto con Giancarlo Giorgetti, scende nel piazzale antistante per annunciare a taccuini e telecamere che le norme su Roma sono state stralciate dal “decreto crescita”. Quando Salvini risale le scale di palazzo Chigi, trova Conte ad accoglierlo: «In questo modo manchi di rispetto per il lavoro di tutti. La riunione non è ancora cominciata, come ti viene in mente di parlare a nome del governo, dobbiamo ancora discutere e tu va giù a dichiarare a nome di tutti. Non siamo passacarte!». Poco dopo la versione dello stralcio del leader della Lega viene smentita, ma la rampogna del premier non impressiona Salvini e i ministri della Lega, ieri sera tutti presenti. Il Consiglio comincia poco dopo le otto di sera con pochissimi ministri M5S (Bonisoli, Trenta e Lezzi) mentre Di Maio è a registrare un’intervista in tv e arriva a palazzo Chigi dopo le nove. Il vicepremier pentastellato riesce solo in parte ad ascoltare il duro sfogo di Salvini che in consiglio prende la parola ma non per parlare delle norme per Roma o per i truffati delle banche, quanto dell’inchiesta che coinvolge il sottosegretario Armando Siri: «Stiamo subendo una violenza fisica. Quello che state facendo nei confronti di Siri è inaccettabile e non me lo sarei mai aspettato da parte di un alleato». 
Nella sala cala il gelo. Tocca a Di Maio spiegare che «non c’è nessuna voglia persecutoria» e che al senatore Siri è stato solo chiesto «di farsi da parte in modo da poter dimostrare la sua innocenza» «senza macchiare il governo». Nel suo intervento Di Maio spiega come «il M5S non regge la presenza al governo con un sottosegretario indagato per corruzione in un’inchiesta dove si parla anche di legami con la mafia» e che «nessuno ha chiesto a Siri di dimettersi da senatore per un’indagine, ma soltanto di farsi da parte». Salvini però non ci sta. Teme che Siri sia solo il primo passo. Fatto sta che all’inizio della riunione del contenuto del decreto poco si è parlato anche se i pentastellati fanno girare una mail del viceministro leghista Massimo Garavaglia che il 4 aprile, giorno del varo “salvo intese” del decreto-crescita, aveva dato parere positivo anche alle norme su Roma che, come sostiene il ministro Giovanni Tria, «non costituiscono nuovi oneri per il bilancio dello Stato». Il problema è che dopo il 4 aprile è uscita fuori l’indagine a carico del sottosegretario leghista e a Salvini serviva un argomento pesante da contrapporre agli affondi pentastellati contro il sottosegretario. La riunione a palazzo Chigi va avanti a lungo spostandosi a notte dalla sala del consiglio nell’ufficio del premier Conte. La complicata intesa che evita la crisi si trova nella notte. Lo stralcio non è possibile e l’accordo si trova approvando un paio di commi e rimandando al Parlamento il compito di trovare i voti per approvare quelli cassati ieri notte. Un accordo super-rabberciato che di positivo ha solo il via libera al decreto che contiene anche le norme per le imprese e quelle a favore dei truffati delle banche.

Con lo spread che torna ad impennarsi, il debito pubblico in risalita e la crescita ferma, alla maggioranza giallo-verde servono argomenti e polemiche per distrarre l’attenzione, ma l’esercizio di finta competition - complice le inchieste della magistratura - è ormai scappato di mano a Di Maio e Salvini e si sono notevolmente assottigliati anche i margini di mediazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ieri avrebbe preferito arrivare alla riunione del Consiglio attraverso un vertice con i due vicepremier. Con le sue intemerate di ieri in consiglio dei ministri, Salvini mostra di soffrire molto l’iniziativa della magistratura e la speculazione che ne fanno i Cinquestelle. Far saltare il governo sulla giustizia significa però per Salvini tornare sulla sponda garantista del centrodestra berlusconiano. A Di Maio lo scontro con Salvini sul tema della legalità serve per bilanciare le troppe concessioni all’alleato, Diciotti in testa.
 

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