Il Pd e il “prendere o lasciare” del M5S sul nome di Di Maio

ROMA Tra i depistaggi mediatici e gli equivoci post voto, ne brilla uno e riguarda la possibilità che il Pd ,o parte di esso, possa stringere un accordo con il M5S. Il dibattito è in corso e spacca i Dem con Renzi chiuso nel “no” e la minoranza interna che manda segnali a quella che considera  un’altra “costola della sinistra”. Il nodo non sufficientemente emerso è se i grillini siano o meno disposti a rinunciare alla candidatura di Luigi Di Maio a presidente del Consiglio pur di ottenere l’appoggio del Pd o di qualunque altro partito, che gli permetta di governare e attuare il programma.

In teoria, seguendo il motto che “uno vale uno”, il M5S potrebbe non avere problemi a proporre nomi alternativi.  L’impressione è però diversa e che, almeno per ora, si tratti di un “prendere o lasciare” dell’intero pacchetto con il quale il Movimento ha avuto successo alle ultime elezioni, ma non le ha vinte al punto da poter governare da solo. Quindi il Pd, o chi per esso, dovrebbe accettare Di Maio a palazzo Chigi, i sette-otto ministri già presentati al Quirinale e il programma di governo per intero e neppure nella soluzione light dei dieci punti proposta ieri l’altro e poi ritirata.

Complicato, forse, perché il Pd ha straperso ma rimane il secondo partito del Paese e perchè la Lega, altro partito che riceve e manda segnali ai pentastellati, ha anch’essa ottenuto un buon risultato. 

 

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