Autonomia, il nuovo sacco di Roma: al Nord anche i fondi per le imprese

Slacciare i legami con Roma. Staccare la maggior parte possibile dei fili che collegano le regioni settentrionali che hanno chiesto l’autonomia “differenziata” con la Capitale. Derubricare il Centro amministrativo del Paese ad uno dei tanti centri di uno Stato confederale dove il potere risiede nelle Regioni stesse. Meglio se ricche. Tra i legami da rescindere quelli principali riguardano i soldi. Non soltanto le tasse raccolte sul territorio che i progetti autonomisti di Veneto, Lombardia ed Emilia, vorrebbero mantenere in loco, ma anche la gestione dei fondi per le imprese, gli incentivi per lo sviluppo economico, per l’occupazione, le garanzie pubbliche ai finanziamenti bancari, gli aiuti all’agricoltura. Miliardi di euro che le regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata, vorrebbero sottrarre alle strutture centrali della capitale, dai ministeri alla Cassa Depositi e Prestiti, spogliando Roma del suo ruolo. Impoverendola. 
LA PIATTAFORMA
Nella sua “piattaforma” negoziale con il governo, per esempio, il Veneto ha chiesto che una quota dei 6 miliardi di euro del Fondo rotativo a sostegno delle imprese gestito dalla Cdp, passi sotto il controllo regionale. Siccome le imprese in Veneto sono quasi il 10% di quelle italiane, significherebbe che circa 600 milioni dovrebbero uscire dalla gestione della Cassa per trasferirsi in quella di qualche finanziaria pubblica veneta. 
Se la stessa idea fosse sposata da Lombardia ed Emilia Romagna, lascerebbero Roma oltre 2 miliardi di euro di risorse oggi gestite dalla Cassa depositi e prestiti, una società pubblica che di fatto è un’articolazione del ministero dell’economia e di Palazzo Chigi che, almeno sul fronte del finanziamento al sistema produttivo, finirebbe per indebolirsi. Le tre Regioni potrebbero fare da se, con i fondi trasferiti dallo Stato centrale e con il proprio personale. 
Ma la richiesta di “autonomia” non riguarda solo il Fondo rotativo a sostegno delle imprese. Riguarda anche i 2 miliardi di euro del Fondo di garanzia per le opere pubbliche, e persino il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese gestito dal ministero dello Sviluppo. Un salvadanaio che lo scorso anno ha concesso oltre 13,7 miliardi di “fideiussioni” alle piccole e medie imprese che sono servite ad accendere 19,3 miliardi di euro di finanziamenti. 
Anche in questo caso, la parte maggiore di questa torta, il 36 per cento , potrebbe passare di mano nella gestione e dunque, anche le strutture del ministero dello sviluppo, guidato dal leader grillino Luigi di Maio, ne uscirebbero indebolite. Così come seri contraccolpi rischia di subirli il ministero dell’Agricoltura. 
LA PROPOSTA
Qui la proposta prevede la devoluzione alla Regione del Veneto di una quota delle risorse destinate al finanziamento delle funzioni di organismo pagatore dell’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, quella che gestisce i fondi europei della politica agricola comune. La regionalizzazione delle risorse potrebbe essere destinata al finanziamento delle funzioni svolte dall’Agenzia veneta per i pagamenti in agricoltura (Avepa) istituita dalla Regione nel 2001, che farebbe il pieno di risorse e uomini, ancora una volta, a scapito delle strutture statali. 
I NODI IRRISOLTI
E lo stesso vale per l’Ismea, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare che realizza servizi informativi, assicurativi e finanziari e costituisce forme di garanzia creditizia e finanziaria per le imprese agricole. Anche il sostegno all’imprenditoria giovanile, sempre nella piattaforma disegnata dal Veneto, ma che potrebbe fare da base per le altre intese, passerebbe alla Regione. 
Il criterio è sempre lo stesso: il numero delle imprese presenti sul territorio. Solo nel Veneto, come detto, è circa il 9 per cento del totale di quelle italiane, che sale al 36 per cento se si aggiungono le altre due Regioni. Il discorso è abbastanza semplice. Se ad una struttura ministeriale viene sottratto oltre un terzo del suo lavoro, è evidente che quella stessa struttura è destinata a disarticolarsi. Diventa inefficiente, ridondante. Con tutte le conseguenze del caso su occupazione e indotto. Roma, insomma, nella sua veste di Capitale del Paese ha soltanto da perdere. Un declino al quale diverse forze politiche assistono con indifferenza. 

 

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