Papa Francesco: sarà santo Romero, il vescovo di San Salvador ucciso dai militari golpisti

Città del Vaticano - Papa Francesco ha approvato il decreto del miracolo che farà diventare santo Oscar Arnulfo Romero, il vescovo martire, ucciso dagli squadroni della morte in Salvador nel 1980, emblema di una Chiesa che non ha paura a denunciare i soprusi e le ingiustizie del potere, anche a costo della morte. Per oltre vent'anni la sua causa è rimasta impantanata in Vaticano. Di fatto insabbiata da quella corrente curiale che accusava Romero di essere troppo vicino alla corrente della Teologia della Liberazione e, di fatto, ad una predicazione venata di marxismo. Con Papa Francesco il dossier Romero è stato rispolverato e ha avuto una accelerata. Prima la beatificazione e ora, con il decreto appena firmato, il via libera per la canonizzazione. Oltre al decreto per il vescovo martire il Papa ha firmato anche quello per la canonizzazione di Paolo VI.

Il vescovo Romero aveva scelto la strada della denuncia contro le violenze e le ingiustizie in difesa dei diritti umani, in un momento in cui la maggioranza della popolazione versava in condizioni economiche estremamente difficili. In quel periodo il colpo di stato dei militari e delle forze dell’estrema destra, appoggiati dalla elite economica del Paese, stavano alimentando la guerra civile. Romero divenne vescovo di San Salvador nel 1977. Poco dopo l’inizio del nuovo incarico, il suo fraterno amico padre Rutilio Grande, che aveva abbracciato la causa dei contadini, viene ucciso. Nella omelia funebre Romero riconosce che egli è morto solo per aver voluto strenuamente difendere la dottrina sociale della Chiesa. Da quel momento diventa una specie di defensor civitatis e non rimane indifferente di fronte alla difficile situazione politica che coinvolge tutto il popolo.

Iniziano le omelie e le denunce e la cattedrale diventa il luogo in cui al commento delle letture bibliche segue l’elenco puntuale, dettagliato, anagrafico dei desaparecidos, degli assassinati della settimana e, quando possibile, anche dei loro assassini o mandanti. Romero rivolge le sue accuse contro il clima di intimidazione creato dal Governo e si schiera apertamente a favore dei meno abbienti. Invita anche i militari alla disobbedienza. «Vorrei rivolgere un invito particolare agli uomini dell’esercito. Fratelli, appartenete al nostro stesso popolo, uccidete i vostri fratelli contadini; ma davanti ad un ordine di uccidere che viene da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice:non uccidere. Nessun soldato è obbligato ad obbedire ad un ordine che sia contro la legge di Dio. Una legge immorale nessuno deve adempierla. È ora, ormai, che recuperiate la vostra coscienza e obbediate anzitutto ad essa, piuttosto che all’ordine del peccatore. La Chiesa, che difende i diritti di Dio, della legge di Dio, della dignità umana, della persona, non può rimanere in silenzio di fronte a così grande abominazione. Vogliamo che il governo si renda conto sul serio che non servono a niente le riforme se sono macchiate con tanto sangue. In nome di Dio, dunque, e in nome di questo popolo sofferente i cui lamenti salgono al cielo sempre più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino in nome di Dio: Basta con la repressione!». La sera del 24 marzo nella cappella della Divina Provvidenza, Romero termina la sua omelia, e si appresta al momento dell’offertorio. In chiesa irrompono gli squadroni della morte  e fanno fuoco. Ma Romero da morto fa più rumore che da vivo. 


 

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