Marco Marazza: «Diventa più sottile il confine tra il lavoro e la vita privata»

Professor Marco Marazza, c’è nel lavoro un diritto alla disconnessione?
«Il lavoratore “agile” che, se pur subordinato può non lavorare in azienda, per legge ne ha diritto. Il fatto di stare a casa non può comportare un’eccessiva invasività da parte del datore di lavoro», dice il docente di Diritto del lavoro all’Università Luiss “Guido Carli”. 

E se non si lavora da casa?
«C’è l’orario di lavoro. Il dipendente in ufficio è connesso alla rete aziendale con strumenti di lavoro come il computer. Ma anche fuori può essere collegato con tablet e telefono. I dati possono essere trattati dal datore del lavoro e usati per fini connessi al rapporto di lavoro: dall’incentivo economico alla sanzione disciplinare».

Qual è il limite?
«La legge sulla privacy. Il trattamento dati è consentito per quanto necessario allo svolgimento dell’attività di lavoro».

Dov’è oggi il confine tra giornata lavorativa e vita personale?
«Ormai è un problema, il confine si sta assottigliando. Un esempio: in passato i datori di lavori cercavano di evitare l’uso dei social ai dipendenti perché considerato una distrazione. Da un po’ le aziende si rendono conto dell’importanza che ha per l’azienda stessa. Si diffondono regolamenti per l’uso dei social anche al di fuori del lavoro, quando il profilo del dipendente è ricollegabile all’azienda e un uso improprio può danneggiarne l’immagine». 

C’è bisogno di nuove norme?
«Le modifiche allo statuto dei lavoratori hanno autorizzato in maniera più flessibile l’uso degli strumenti tecnologici di lavoro. La protezione del lavoratore è stata affidata alla più moderna disciplina della privacy. Dipende molto da come questa si applica: i principi generali sono suscettibili di interpretazione. È importante l’attività del garante».
 

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