M5S, virata tattica a sinistra per conquistare il Sud

ROMA La sera del 27 novembre scorso, agli albori della campagna elettorale, il leader M5S Luigi Di Maio spuntava dagli schermi del Tg1 con la seguente dichiarazione: «Berlusconi mi attacca ma io non gli rispondo. Mio padre votava Forza Italia perché aspettava la rivoluzione liberale, quella dell'abbassamento delle tasse e della sburocratizzazione. In 20 anni Berlusconi non è stato capace. La faremo noi questa rivoluzione, porteremo avanti quel disegno che lui voleva portare avanti per le imprese».
Da allora, della rivoluzione liberale targata M5S si è persa traccia. Non delle proposte generiche inserite nel tentacolare programma elettorale come la riduzione dell'Irpef (peraltro fino a redditi di 100.000 euro) o quella dell'eliminazione di 400 leggi inutili mai specificate ma proprio della parola liberale mai più pronunciata dal leader pentastellato.

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BASSA FREQUENZA
Un caso? Tutt'altro. Nei mesi scorsi, e fino ai nostri giorni, il Movimento ha affinato la sua propaganda sintonizzandola sempre più su una frequenza bassa, semplice e spesso lontana dalla realtà, e tuttavia cementata con perizia da una miscela composta da ribellismo temperato e di assistenzialismo dottorale. Di qui la proposta di un reddito garantito fino a 1.600 euro al mese alle famiglie in difficoltà. Di qui lo stop all'uscita dall'euro, troppo complicata e in grado di spaventare gli italiani che alla fine della fiera anelano alla tranquillità familiare, a favore della promessa ottimista lanciata l'ultimo giorno: «Inonderemo di soldi l'economia italiana per farla ripartire e così abbatteremo anche il debito». Una versione del keynesismo non solo lontana anni luce dalla rivoluzione liberale ma ultra-semplificata e con venature favolistiche. Di qui anche la proposta di una banca pubblica che dovrebbe finanziare con facilità le piccole imprese e i lavori pubblici.
Al di là della sua realizzabilità, la minestra pentastellata - si è rivelata una indovinata operazione di psicologia collettiva e di marketing che gli esperti chiamano di shaping, ovvero di modellamento del comportamento che si sintonizza progressivamente con le persone con le quali ci si confronta - è risultata assai gradita essenzialmente da Roma in giù dove il Movimento ha raccolto una messe di consensi che in alcune città siciliane (vedi Priolo, città petrolchimica siciliana) ha superato il 70%. Un plebiscito con venature bulgare.
In sintesi, il messaggio dei grillini ha incontrato la domanda di assistenza dei ceti medio-bassi soprattutto meridionali ma ha fatto breccia anche in quelli medio-alti attratti dalla battaglia anticasta. Secondo gli osservatori, a favorire l'avanzata grillina è stata anche la frantumazione del tessuto interclassista sia del Pd che di Forza Italia il cui messaggio più realistico e governativo (interpretato da vasti strati sociali come potere fine a se stesso) è stato apprezzato soprattutto nei ceti medio alti e nei ceti urbani. Non a caso lo storytelling pentastellato è passato molto meno nel Nord dove spesso (vedi grafico) il Pd ha retto nei centri industriali, presso quello che un tempo si chiamava ceto medio riflessivo (manager, professori, intellighenzia) e soprattutto nelle metropoli del Centro-Nord dove il M5S, in particolare a Roma e Torino, ha registrato un arretramento del 5% rispetto alle comunali del 2016 e una secca sconfitta alle regionali del Lazio.

NOTABILI ADDIO
Ma dietro il successo pentastellato c'è un altro elemento: la grande mobilità dell'elettorato italiano che almeno per il 50% ormai cambia orientamento ad ogni elezione. La punta di diamante di questo fenomeno è il Sud dove si è verificato un fatto epocale: non ha funzionato la rete dei notabili, né del Pd né di Forza Italia né dei centristi. Nel Sud i presidenti delle Regioni, i sindaci, i primari ospedalieri, i giornali locali, gli imprenditori, i grandi studi di avvocati, le mille reti trasversali non più fluidificate da denaro pubblico, non hanno controllato un voto. Tanto che in Sicilia domenica scorsa l'elettorato è saltato a piè pari sul carro grillino ignorando il proprio voto di appena tre mesi fa favorevole al centro-destra.
Resta il fatto che M5S, partito di maggioranza relativa, ora si trova di fronte all'impresa di un definitivo sfondamento per le prossime elezioni, a partire da quelle europee in programma fra un anno. E per il progetto di rubare ai Dem i loro 6 milioni di voti concentrati nel Centro-Nord i 5Stelle non possono che attingere all'armamentario simil-keynesiano che il Movimento ha accumulato negli ultimi mesi. Strumento di questo tentativo potrebbe essere il professor Andrea Roventini, docente quarantenne alla Sant'Anna di Pisa, che Luigi Di Maio ha inserito nella casella di ministro dell'Economia del suo governo ombra. Operazione non semplicissima. Roventini ha scarsa esperienza di temi macroeconomici essendo un allievo di un barone del Sant'Anna assai reputato anche all'estero come Giovanni Dosi, che però è noto più che per gli studi economici sugli effetti economici dei progressi tecnologici che sull'intervento pubblico in economia. Ma Dosi ha un'altra freccia al suo arco: è noto per essere stato allievo prediletto del professor Michele Salvati, padre fondatore del Pd.

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