Natale di Roma (753 a.C.-2019 d.C.), l’intramontabile idea della città eterna non è un incidente del Ventennio

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L’oracolo di Delfi, assicurava Platone, «siede sull’ombelico della terra». Ma poi sarebbe arrivata l’Urbe. Con l’avvento di Roma, i centri classici andarono scomparendo, lasciando progressivamente spazio a quello che diventerà, nell’immaginario di tutti, l’unico umbilicus mundi. Ecco, nel dna di Roma c’è anzitutto l’idea di centralità. Tito Livio la definiva «caput orbis terrarum», e Niccolò Machiavelli - proprio nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio - avrebbe indicato il modello della storia di Roma come il solo, nell’Italia del ‘500 che non riusciva ad essere Italia, capace di debellare ogni decadenza.

In quanto teneva a bada la religione, usandola come strumento di potere, e si fondava sul nesso tra armi e giustizia, tra buoni eserciti e buone leggi e così metteva ordine nel caos. 
Nel codice genetico la centralità è scritta tre volte: capitale dell’impero romano, capitale della cristianità, capitale della Stato unitario. Ma la pragmatica vocazione originaria del «res, non verba!» (anche traducibile così: poche lagne e poche preghiere), la tensione a non starsene quieta, l’ambizione di posizionarsi all’avanguardia del mondo che ha dominato attraverso il diritto e in generale il coraggio di farsi, come voleva Mazzini («Roma sogno de’ miei giovani anni, idea-madre nel concetto della mente, religione dell’anima») centro propulsore di una missione della rigenerata nazione italiana e dell’Europa dei popoli hanno avuto naturalmente i loro rovesci e hanno trovato nella Chiesa un agente demolitore di questo dna. Come se le due dimensioni trascendenti e contraddittorie - Cesare e Dio, la spada e la croce, il potere politico e l’autorità religiosa, la terra e il cielo - dovessero risolversi a tutto svantaggio della prima. 

 

Non è andata così perché il dna s’è rivelato resistente, ma quanta fatica, quanti ritardi, quanti sforzi per superare l’ostracismo ideologico-clericale e per non farsi annichilire da chi, facendosi forte di secoli di dominio papalino, lanciava anatemi come questo di un senatore toscano, Gino Capponi, alla vigilia del trasferimento della capitale da Firenze a Roma nel 1870: «Nella città dei palazzi, voi sarete costretti a cercare dei palazzi, ma tutti saranno più bassi del Vaticano, alzato da secoli con quella leva possente sopra tutte, che è la religione». E invece, la costruzione dello Stato laico ha superato il potere pre-esistente. Se la bellezza di Roma deve moltissimo ai papi e alle famiglie cardinalizie, alla loro industria della gloria rappresentata dalla cupola di Bramante e Michelangelo o dal colonnato di Bernini, alla straordinaria capacità di inglobare i pezzi della città antica assemblandoli negli edifici barocchi e salvandoli così dallo sfascio e dall’oblio, è anche vero che la tradizione cattolica ha agito da zavorra.

Forse aveva ragione Cristina di Svezia: «Il sacco dei bigotti è il peggiore che Roma abbia mai avuto». La Roma oscurantista ha bruciato, sull’altare del potere religioso, le menti migliori: Giordano Bruno trovò il rogo e Tommaso Campanella, per evitarlo, fu costretto a fingersi pazzo in carcere, per 27 anni. Nel tentata demolizione del dna di Roma, comprensivo della coscienza laica nel senso migliore del termine e di una forte tensione all’eccellenza creativa, la cristianità dopo l’impero ha sostituito il diritto con la fede (pur salvando nel diritto ecclesiastico l’impronta di quello romano) e così la Chiesa ha costruito una contro-idea di Roma. Opposta alla ragion pratica, che è un carattere di questa civiltà da non considerare banalmente materialista (anzi è anti-immobilista e innovatore) e di cui parla per esempio lo scrittore francese Michel Onfray nella “Saggezza” di Roma, cosi s’intitola il suo recente libro: «Atene ama le idee e i concetti metafisici, l’Urbe invece ama le cose e la realtà. I romani hanno sempre preferito una saggezza pratica e incarnata nell’azione, una prassi esistenziale». 

Il non perdere - a dispetto dell’influenza cattolica e di ogni altro ostacolo - il filo ideale della continuità con la propria storia, il non dimenticare il brodo di coltura, il non sconnettersi mai dai miti della fondazione e dalla consapevolezza della propria missione civilizzatrice: ecco, si potrebbe dire che Roma in hoc signo vinces! E il segno di Roma, città mito che crea miti, archetipo di ogni forma di potere che aspira a una visione larga e partecipata, è quello che volle avere Carlo Magno, quando nell’anno 800 si fece incoronare sacro romano imperatore. Ai contemporanei, così come agli storici, egli è apparso come l’ennesima riprova, nel suo omaggio a Roma, che la communis patria omnium non può che essere questa. Non è stato così anche per Napoleone? 

Roma con “il soldato venuto dal nulla”, così chiamavano Oltretevere il Bonaparte, è ridiventata capitale ed è stata precipitata nella modernità. I riti, le celebrazioni pubbliche, i fasti dell’impero napoleonico si sostituiscono alle liturgie cattoliche, sulle ali di una coscienza illuministica che Roma stenta ad accettare (vent’anni dopo Giuseppe Gioachino Belli così ricorderà il dominio dell’ “invasore”: «E ssedute, e ddemanio, e ccoscrizzione, / Giuramenti a li preti e a l’avocati, / Carci ‘n culo a li monaci e a li frati») ed evviva. Nelle pasquinate impazza il gioco di parole: «Pasquino, è vero che i francesi sono tutti ladri?». «Tutti, no: ma bona parte!». 

CESARE SI NASCE
E tuttavia furono anni straordinari, fino al 1814, perché Napoleone, educato ai classici fin dall’adolescenza, vedeva in Roma non una città occupata e annessa, ma una città sognata, un luogo trasfigurato nel mito del suo glorioso passato. Amava Roma quasi quanto Parigi, la laicizzò infinitamente (era stato introdotto anche il divorzio ai tempi della repubblica romana in salsa giacobina) e il possesso dell’Urbe rappresentava, nella visione politica del Bonaparte, un valore di continuità e di legittimazione del potere imperiale. «Cesare si nasce, non si diventa», era il suo omaggio al grande imperatore romano. Oppure: «Voi che conoscete bene la storia, non vi colpisce la somiglianza del mio governo con quello di Diocleziano?». Non faceva che paragonare le sue gesta a quelle dei condottieri romani, e «io sono della migliore stirpe dei Cesari, di quelli che fondano!». 

E così, non c’è progetto ambizioso e innovativo in Europa che non abbia cercato di attingere al dna di Roma e di intestarsi l’idea di Roma. Basti pensare a come tanti patrioti del Risorgimento, per evitare i fulmini della censura, usavano l’ambientazione antica della Roma repubblicana per combattere le loro battaglie d’attualità. Ma sarà con Crispi, prima ancora che con Mussolini, che l’idea dell’Urbe gioca un ruolo fondamentale. «La nuova missione d’Italia comincia da Roma - disse Crispi - e resterà incompleta finché con gli studi e con le armi, con la scienza e con la forza, non avremo provato allo straniero che noi non siamo minori dei padri nostri».

IL RUOLO RESTITUITO 
Il Ventennio sarà quello a cui la Capitale - a dispetto della retorica antifascista mai come in questo caso incapace di spogliarsi dei pregiudizi ideologici - deve di più. Per il Natale di Roma del 1921, il grande storico nazionalista Gioacchino Volpe aveva scritto: «Roma aiutò gli italiani a costruire la loro italianità». E Mussolini: «Roma e il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito». Così aveva annunciato sei mesi prima della marcia su Roma. E il mito dell’Urbe si consoliderà come uno degli elementi centrali della visione del fascismo. Retorica? No, trasformazione di Roma, e nuova narrazione di una città dell’essere, dell’accadere, del divenire, per usare una formula amata dal grande per maestro Wilhelm Furtwangler. 

In effetti, quando il fascismo giunse al potere, il Duce cominciò una lunga marcia su Roma, per trasformare la capitale in senso politico, urbanistico e monumentale. E per costruire, tra l’ammirazione della comunità internazionale, la nuova Roma fascista. «Serve un’Italia romana, cioè saggia e forte, disciplinata e imperiale»: questo l’auspicio mussoliniano. Di fatto, quando nel ‘36 l’impero tornò a Roma, la capitale - lo scrive lo storico defeliciano Emilio Gentile, che pure è molto severo sull’uso fascista dell’Urbe - «era diventata una metropoli moderna. Con oltre un milione di abitanti e profondamente trasformata». 

E comunque la romanità del regime è stata spesso fraintesa. Da sinistra e nel mainstream, è stata vista soltanto come un’espressione grottesca delle velleità imperiali del Duce e come conferma della natura regressiva del fascismo. Al contrario, il mito fascista della romanità era un mito modernista, che usava il richiamo del passato come un mezzo di mobilitazione identitaria nel presente per un’azione proiettata verso il futuro. Altro che città parassitaria di affittacamere e di lustrascarpe: l’Urbe e «l’Italia romana» come legittime eredi del riscatto risorgimentale e della vittoria nella Grande Guerra. 

Viene restituito il ruolo e anche il rango, durante il Ventennio, a questa città. Il Natale di Roma, nel ‘23, viene istituzionalizzato come festa della lavoro al posto del primo maggio: e così si coniugano due idee, Roma e lavoro, appunto, che fino ad allora, nella vulgata, avevano formato un’irriducibile antitesi. Ma in generale l’idea fascista dell’Urbe possiede una forza di suggestione che le consente d’imporsi nel linguaggio istituzionale - e caduto il fascismo questo non si sarebbe mai più ripetuto - diventando uno dei connotati più vistosi, ma anche più virtuosi, del regime. 

REAZIONE E NEGAZIONE
La successiva svalutazione di Roma in epoca repubblicana sarà proprio una reazione, nociva a livello nazionale e internazionale, alla straordinaria importanza che la Capitale aveva avuto precedentemente. Il destino dell’Inno a Roma è emblematico di questo rovescio della sorte. Sono versi celeberrimi: «Sole che sorgi libero e giocondo / sul colle nostro i tuoi cavalli doma; / tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma, maggior di Roma!». Li aveva musicati, per il Natale di Roma del 1919, Giacomo Puccini. Il fascismo si sarebbe affezionato assai a questo motivo - il cui testo scritto da Fausto Salvatori si rifaceva al Carmen saeculare - facendone una delle sue canzoni. E proprio per questo, Puccini o non Puccini, Orazio o non Orazio, quel Sole che sorgi si è pensato di relegarlo in soffitta, dimenticandone l’esistenza a Ventennio finito. Perché Roma doveva pagare l’importanza che Mussolini le aveva attribuito. 

Con la caduta del regime, è crollato anche il mito di una Roma imperiale e conquistatrice. Negare l’importanza di questa città, per cancellare il fascismo: un’operazione propagandistica di nessuna utilità. Ne è derivato un grave e permanente svuotamento, non solo simbolico ma anche politico, della capitale. Come per una sorta di ritorsione, la Costituzione del ‘48 non ha previsto alcuno status particolare per Roma e «solo leggine speciali si fanno, visto che manca una visione complessiva sulla capitale» (si sarebbe lamentato nel ‘58 Aldo Moro). Così, la defascistizzazione ha assurdamente coinciso con la deromanizzazione, in un corto circuito che ha danneggiato l’immagine del nostro Paese e ha degradato la sua città più emblematica e l’unica che non ha (Cavour dixit) «solo memorie municipalistiche». E il segno di questa storia, forse il suo senso più profondo che prescinde dalle contingenze politiche e dalle loro piccolezze, è quello sintetizzato magistralmente da Ferdinand Gregorovius, nel 1872: «Gli italiani sono entrati in possesso di Roma e mai la storia ha imposto a qualcuno un compito così difficile e un dovere più severo: conservare e rinnovare questa città, ridiventare grandi a contatto con la propria grandezza».

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