Elezioni, Renzi: lascio ma prima blindo il no a M5S

Torna a Firenze «a fare il senatore della Repubblica» soddisfatto per essere riuscito a fermare quello che considera un «progettino già allo stato avanzato». Un governo 5S, con Di Maio premier e l'appoggio del Pd. Un'ipotesi che ieri alcuni maggiorenti Dem, in testa Dario Franceschini, hanno smentito, mentre altri - come Francesco Boccia e Sergio Chiamparino - hanno auspicato.

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IL TEMPO
«Un suicidio e un tradimento del nostro elettorato», lo considera il segretario del Pd che non ha ancora deciso se partecipare alla direzione di lunedì del partito nella quale toccherà a Maurizio Martina fare la relazione. Sparire per un po'. Magari insieme al Pd che è riuscito a far parlare di sè anche quando, sostiene il segretario, il problema di formare il governo dovrebbe essere innanzitutto del primo partito, il M5S, o della prima coalizione, il centrodestra. «Noi siamo il secondo partito», rivendica Michele Anzaldi secondo il quale «alcuni hanno impiegato due giorni per capire che non ha vinto nessuno e che un passo indietro devono farlo anche Di Maio e Salvini».

Renzi guarda divertito e sconcertato «la fretta» con la quale invece «si considera il Pd in liquidazione» e pronto ad appoggiare la nascita di un governo pentastellato. Comprende la preoccupazione di Confindustria o dell'ad di Fiat Sergio Marchionne per i danni che una prolungata instabilità arrecherà al Paese, ma al tempo stesso rifiuta l'ipotesi di un'intesa con coloro che «ci hanno insultato per anni e rappresentano l'opposto dei nostri valori». Mai con gli «anti europeisti, anti politici» con coloro che «ci hanno detto che siamo corrotti, mafiosi, collusi e che abbiamo le mani sporche di sangue per l'immigrazione».

La linea che lunedì la direzione del partito dovrebbe ratificare è quella del «facciano loro il governo se ci riescono, noi stiamo fuori». Il partito è in subbuglio anche se ieri i big hanno tentato di gettare acqua sul fuoco e Renzi ha avuto anche un colloquio con Paolo Gentiloni - primo nella top ten dei leader Dem per incidenza della sua candidatura sul risultato della coalizione - per spiegare le considerazioni del giorno prima. Nell'intreccio di telefonate il segretario ha scoperto di essere al Nazareno un po' più solo, ma forte della valanga di mail e messaggi che arrivano da iscritti ed elettori. «Vogliamo che Di Maio si schianti e così anche Salvini, poi si può ragionare», sostiene un neoeletto parlamentare Dem giunto ieri anzitempo a Montecitorio.

LA POSTA
Un «mai con i grillini» che - è convinto Renzi - il partito certificherà a breve nel documento che chiuderà la direzione di lunedì del partito. Un «tocca al M5S e al centrodestra trovare la soluzione per dare un governo al Paese» che mette d'accordo tutto il Pd. Almeno sino al 23 marzo, giorno in cui si comincerà a votare per i presidenti delle Camere. Poi le consultazioni, dove il Pd si presenterà con Matteo Orfini e i capigruppo, e le valutazioni che farà il capo dello Stato Sergio Mattarella. Reggere sulla linea del no ad intese con Di Maio, non sarà facile per Matteo Renzi ora che alla minoranza interna di Orlando ed Emiliano e alla loro linea aperturista nei confronti dei 5S si sono avvicinati big come Martina e Franceschini.

Il pressing è fortissimo anche sui tempi delle sue dimissioni da segretario del Pd che Renzi conferma legandole alla fine delle consultazioni. «Veltroni e Bersani non si sono dimessi ventiquattrore dopo il voto», sostiene un fedelissimo del segretario. La guerra aperta nel Pd guarda anche molto alle nomine che si dovranno fare ad inizio legislatura. A cominciare dalla scelta dei capogruppo (probabili Guerini alla Camera e Parrini al Senato) sulla quale Renzi intende dire la sua, passando per la scelta dei presidenti delle Camere che i 5S pensano di usare per spaccare il Pd. Ma alla conta in direzione in pochi fanno affidamento, perchè Renzi la controlla con ampi margini.

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