Grandi manovre dem: il patto dei “saggi” per Calenda leader

Nel Pd in pieno caos post sberla elettorale, tornano a farsi sentire i renziani. E per dire a tutti che loro ci sono ancora, e che i destini prossimi del Pd passano anche da loro. Si spiega così la rasoiata di Luca Lotti ad Andrea Orlando («si agita troppo, ma è stato eletto grazie al paracadute»), per non parlare delle fibrillazioni su un ipotetico sostegno dem al tentativo di Di Maio, stoppato sul nascere anche con il contributo attivo di Carlo Calenda, neo iscritto al Pd e pronto a dire la sua sulle questioni del momento. Il ministro dello Sviluppo, con la sua sortita («se il Pd fa un accordo con il M5S, la mia risulterà l’iscrizione più breve della storia») ha assunto di fatto la leadership dei “no Grill” dentro il Pd.

LA STRATEGIA
Già, Calenda. Non è un mistero che a lui guardino dentro il Pd come a un esponente in grado di pesare, contare, se non di risollevare le sorti di un partito che rischia se non l’estinzione, qualcosa che gli somigli, in linea del resto con quanto già avvenuto in Francia con il Psf e in Grecia con il Pasok, scomparsi dalla scena politica dopo una storia lunga e gloriosa. Calenda lunedì sarà in direzione, come ministro e come neo iscritto, e già questo ha il suo significato. Ma quel che più conta, ai fini del futuro prossimo venturo dei dem, sono le aspettative che si sono messe in moto attorno al nome del ministro dello Sviluppo, 45 anni il 9 aprile. Da quel che raccontano i bene informati, i leader, i padri nobili del Pd, quelli che hanno voce in capitolo, da consultazioni formali e informali, da scambi di opinioni, da contatti sempre più fitti e preoccupati, avrebbero convenuto su una cosa: bisogna puntare su Calenda come futuro leader del Pd.

Una sollecitazione, una convinzione, che accomunerebbe Gentiloni, Prodi, Veltroni, Franceschini. Il premier non ha mai nascosto di considerare il suo ministro dello Sviluppo una personalità di primo piano da valorizzare, non a caso ha bruciato tutti sul tempo a dirsi molto soddisfatto quando Calenda ha annunciato la sua iscrizione. Veltroni, il primo segretario dem, sa ed è convinto che il futuro del partito non può dipendere da una scelta tutta interna alla nomenklatura, uscita peraltro malconcia assai dalle urne, men che meno da bilanciamento di correnti sempre più asfittiche e senza alcun appeal («basta con queste correnti che non interessano più a nessuno, bisogna trasformare il Pd in una sorta di movimento, non più in un luogo di compensazione di gruppi e sottogruppi», diceva a urne ancora calde Roberto Morassut, veltroniano doc). Veltroni ha ricevuto ieri la visita di Martina, non un semplice dovuto incontro con il primo segretario del Pd che si è speso in campagna elettorale, anche una ricognizione, un ascoltare analisi e suggerimenti sul che fare per ricostruire e rilanciare il Pd.

Quanto a Prodi, stima Calenda e non lo nasconde, si è espresso pessimisticamente sull’esito del voto aggiungendo però che «non c’è nulla di irrimediabile in politica, non tutto è compromesso», per il Pd insomma un futuro c’è; il Professore avrebbe però perplessità, come ha spiegato ai suoi, sulla procedura, sul calare dall’alto un nome, con Arturo Parisi che insisterebbe per far celebrare comunque le primarie. Un fedelissimo di Prodi come Giulio Santagata spezza più di una lancia a favore di Calenda: «A me piace, è una persona di qualità, sarebbe una buona risorsa per rifare il Pd». Quanto a Renzi, è stato lui a volere Calenda ministro, poi riconfermato con Gentiloni, i rapporti tra i due sono più che buoni, Calenda non disdegna di marcare continuità ma anche distinzioni dal laeder dimissionario, e insomma difficilmente Renzi potrebbe opporsi a una candidatura del ministro alla leadership.
Quali i tempi? Il Pd è orientato a seguire lo schema Franceschini-Epifani, i due segretari eletti dopo le dimissioni dei leader (Veltroni e Bersani). Quindi: la direzione nomina Martina reggente per circa un mese, il tempo di andare alle consultazioni e poi convocare l’assemblea ad aprile che eleggerà un segretario vero e proprio ma di transizione, fino alle primarie, se ci saranno ancora, o comunque al congresso. Se la candidatura Calenda decollasse, potrebbe essere eletto già ad aprile, e in quel caso non sarebbe di transizione, altrimenti avverrebbe l’anno prossimo, a cavallo delle Europee. Nel caso di segretario di transizione, si starebbe pensando a Graziano Delrio, esponente in continuità con il renzismo, ma anche in discontinuità, e punto di mediazione interno.

GLI INTERROGATIVI
Anche perché dentro il Pd più d’uno si interroga, preoccupato, sulle mosse del leader dimissionario. Il timore dei non renziani è che Matteo faccia valere la massiccia presenza di renziani dentro i gruppi parlamentari per costruirsi lui stesso dei gruppi, autonomi dal Pd, o comunque in grado di condizionarne le scelte. «Al Senato metto un pasdaran come capogruppo», avrebbe confidato Renzi a chi gli ha chiesto lumi, visto che a palazzo Madama può contare su una schiera di fedelissimi intorno al 75-80 per cento: il nome che circola sarebbe Dario Parrini, segretario uscente della Toscana. Anche alla Camera la maggioranza renziana c’è, ma meno numerosa, sfiorerebbe il 60 per cento, sicché a Montecitorio come capogruppo andrebbe un personaggio meno marcato, più di dialogo, e si fanno i nomi di Lorenzo Guerini o di Ettore Rosato, il capogruppo uscente.
 

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