Meloni, prove di governo: resta il nodo Viminale. Ipotesi Salvini al Lavoro, la Lega insiste per gli Interni: ​«Altrimenti è appoggio esterno»

Il vertice dei due leader: «Tra noi c’è grande collaborazione»

Meloni, prove di governo: resta il nodo Viminale. Ipotesi Salvini al Lavoro, lui insiste per gli Interni
«Sono sempre ottimista io, mi ha portato fin qui...» È una Giorgia Meloni sorridente quella che a sera lascia Montecitorio dopo una «lunga giornata di...

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«Sono sempre ottimista io, mi ha portato fin qui...» È una Giorgia Meloni sorridente quella che a sera lascia Montecitorio dopo una «lunga giornata di studio» - come raccontano i suoi, che amano definirla “secchiona” - e una serie di incontri. Tra questi il più atteso e impegnativo è stato senza dubbio quello con Matteo Salvini. Appena dopo pranzo, con il piglio del premier in pectore, Giorgia ha ricevuto Matteo negli uffici di Fratelli d’Italia alla Camera per poco meno di un’ora di confronto, il primo dopo il successo di domenica. Un faccia a faccia blindatissimo utile ad rinverdire la strategia comune dopo il successo elettorale. Al netto della reciproca «soddisfazione» per il risultato, ciò sottolinea la nota congiunta dei due leader è la «grande collaborazione» e l’«unità di intenti» che li lega. Nel dettaglio i due hanno concordato come già da prima della formalizzazione della squadra di governo l’azione debba essere orientata ad accelerare sui dossier più caldi. La congiuntura economica è complessa, e quindi non si può che partire dal caro bollette. E non è un caso che il vertice si sia tenuto appena prima che il governo uscente guidato da Mario Draghi licenziasse la nota di aggiornamento al Def. 

In pratica, ieri è stato sancito una sorta di patto a tenere un profilo basso e operativo su cui non esiste alcuna frizione. Alla fine esattamente ciò che Meloni avrebbe già chiesto ai suoi neo-eletti, invitandoli a non alzare i toni, e pure ad Antonio Tajani, ricevuto martedì. 

 

La squadra

Dietro alle veline di partito però, la comunità di intenti rivendicata traballa quando il discorso cade sulla formazione della squadra di governo. In particolare si racconta di un Salvini che - all’indomani del consiglio federale leghista da cui ha ottenuto il mandato a trattare per lui un posto di peso - si sia mostrato ancora ieri molto interessato al Viminale. Al punto che la roulette delle indiscrezioni racconta di un ricatto portato al tavolo dal leghista. Un aut aut che fa più o meno così: «Se non mi date il ministero degli Interni la Lega darà l’appoggio esterno». Un tatticismo, lo liquidano in molti, che però suona come una minaccia. E del resto, a leggere tra le righe, la determinazione salviniana era già stata esplicitata sui social prima del faccia a faccia: «Ci vuole qualcuno che torni a difendere e proteggere confini, leggi, forze dell’ordine e sicurezza in Italia. Qualche idea ce l’abbiamo» aveva twittato in mattinata. E poi, a sera, in un video su Facebook: siamo al lavoro «sulle emergenze vere, caro bollette, il problema sicurezza, la qualità della vita, degli stipendi e il lavoro». Un segnale chiaro da parte del Capitano, alla ricerca del vecchio ruolo che gli permetterebbe - è questa la convinzione - di mettersi in mostra sui temi identitari di via Bellerio. Un posizionamento che non incontrerebbe una vera e propria pregiudiziale meloniana che, senza impuntarsi, preferirebbe però dirottare il segretario leghista su altre caselle. E cioè, insieme a Tajani, di farne due vicepremier, ma solo se la presidenza di una delle due Camere viene poi assegnata all’opposizione. 
Il rischio però è l’effetto domino. Anche perché quest’ultima sfumatura, non incontrerebbe il favore di Berlusconi che peraltro, rimarcano fonti autorevoli, reclama «pari trattamento assoluto». Ed è per questo che, almeno nelle intenzioni dei due alleati di Meloni, si candida a soluzione alternativa il passaggio di Salvini al Lavoro e l’assegnazione di un ministero chiave a FI, preferibilmente gli Esteri. Un gioco di incastri ancora tutto da definire che la leader preferirebbe sottacere. Tant’è che ieri FdI ha provato a porre un freno a ragionamenti, voci e toto-nomi, smentendo più o meno qualunque retroscena pubblicato negli ultimi giorni: «Non si è parlato né oggi e né in questi giorni di nomi, incarichi, attribuzioni di deleghe né separazioni di ministeri e sono prive di fondamento retroscena di stampa su presunti veti, così come le notizie già smentite da Palazzo Chigi su un “patto” Meloni-Draghi».

 

Le priorità 

Nessuna smentita invece sulle priorità da affrontare individuate dalla leader non appena il suo primo governo si sarà insediato. Caro energia e approvvigionamento energetico, dopo essere stati sul tavolo di una riunione tecnica tenuta ieri con i suoi collaboratori più stretti, saranno sul tavolo del primo consiglio dei ministri che presiederà Meloni subito dopo l’incarico assegnato da Sergio Mattarella.

 

 

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