Elezioni 2018, flat tax e reddito di cittadinanza: il gap incolmabile fra Lega e M5S

L’alchimia per trovare una maggioranza possibile nel nuovo Parlamento avrà una prova preliminare per l’elezione dei presidenti del Senato e della Camera. Avrebbe senso che andassero a due esponenti delle due forze politiche vincitrici nelle urne, cioè Cinquestelle e Lega. E a cominciare dai contatti per sostenere o meno esponenti dei due partiti si capirà che aria tira per le successive consultazioni al Quirinale. Ma dopo, andando al dunque, è possibile davvero immaginare una maggioranza politica composta da Cinquestelle e Lega, visto che il numero atteso dei rispettivi seggi sommati dovrebbero bastare? Politicamente, è presto per dirlo. Bisognerà innanzitutto vedere quale sarà il criterio seguito dal Colle per conferire il primo incarico. Ieri Salvini ha rivendicato di essere il leader del centrodestra, e ha aggiunto che il governo deve essere espressione del centrodestra. «No a governi di scopo e governi minestrone», ha detto. Confermando tale linea anche a Berlusconi. Ma potrebbe essere solo un’espressione di circostanza: al Quirinale in cerca di soluzioni i partiti dovranno articolare disponibilità o contrarietà che non si riconducano ai recinti dei tre poli, nessuno dei quali ha una maggioranza propria.

TENDENZE OPPOSTE
Chiediamoci, allora: ma i voti convogliatisi verso Lega e M5S, e i programmi che le due forze hanno presentato agli elettori, sono realisticamente componibili? La Lega al Nord ha fatto messe di voti a destra strappandoli a Forza Italia e all’astensione, è stato centrale il tema prioritario della sicurezza e del no agli immigrati. Al contrario, le Regioni al Sud in cui i pentastellati hanno superato il 40% hanno visto montagne di voti sottratti al Pd e alla sinistra. Possono davvero Salvini e Di Maio ignorare tendenze così esplicitamente contrapposte? Se a Salvini interessa com’è ovvio proseguire il cammino ben avviato di ereditare l’intero 30% di voti del centrodestra, che interesse potrebbe avere a diventare partner minoritario di un governo dei Cinquestelle, che hanno quasi il doppio dei suoi voti? Si porterebbe dietro anche i voti dei parlamentari di Forza Italia? Improbabile.

Per quanto poi poco possano valere i programmi-bandiera della campagna elettorale, essi presentano radicali contrapposizioni. La flat tax al 15% vessillo della Lega ha spopolato tra i ceti produttivi del Nord, che continuano dal 1994 a chiedere un centrodestra che non solo prometta meno tasse sul reddito, ma poi lo faccia davvero. Il reddito di cittadinanza dei Cinquestelle, per cui nessuna famiglia di due adulti con due figli di 14 anni può avere meno di 1.706 euro al mese, ha al contrario assicurato caterve di voti nel Mezzogiorno, perché stante i redditi medi e mediani in alcune aree anche solo del 40% rispetto a quelli lombardi, l’elettorato ne ha colto e apprezzato innanzitutto l’ampia portata di assistenzialismo, senza troppo dar peso ai vincoli di formazione e ricollocazione al lavoro che pure la proposta presenta. Va bene che Salvini si è radicato anche al Sud come mai nella storia della Lega: ma la frattura produttivismo-assistenzialismo non potrebbe essere più netta.

E le differenze non si fermano qui. Pensate alla giustizia. La Lega ha attenuato da anni e sue antiche simpatie giustizialiste dei tempi di Mani Pulite. Oggi il primo punto del suo programma sulla giustizia è quello relativo alla radicale separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, con totale impossibilità di passaggio dalla magistratura inquirente alla requirente, e viceversa. Il programma sulla giustizia dei Cinquestelle al primo punto vede invece la sospensione della prescrizione quando inizia un processo oppure dopo la sentenza di primo grado, a prescindere dall’esito: un classico della parte di magistratura più aliena dal garantismo. E si continua poi con l’estensione dell’uso delle intercettazioni. Garantismo e giustizialismo antipodici, tra Lega e Cinquestelle. 

IL CAVALLO DI BATTAGLIA
Molti altri esempi si potrebbero fare. L’ambiente è da sempre cavallo di battaglia di Grillo, e i Cinque Stelle si sono spinti in campagna elettorale a chiedere l’uscita totale dell’Italia dai combustibili fossili al 2050. Nelle pagine dedicate all’ambiente dalla Lega non si trova un solo numero che indichi anche solo indirettamente il potenziamento degli obiettivi di riduzione dei gas serra o dell’uscita nemmeno dal carbone.

Certo, volendo dimenticare quanto sinora elencato, Lega e Cinquestelle hanno anche punti sui quali non sarebbe poi così difficile trovare un incontro. La critica radicale ai Trattati europei e ai limiti di deficit e debito pubblico. E quella all’euro: anche se la Lega è rimasta sola a dire esplicitamente che la moneta unica va superata, e che andrà in crisi comunque. Sulle banche, entrambi i partiti propongono un sia pur velleitario ritorno alla separazione netta tra banche commerciali e d’investimento, tassando di più le seconde. E, soprattutto, sia pur con modalità, diverse sia Salvini sia Di Maio propongono brutalmente di archiviare la riforma Fornero delle pensioni. 

Il professor Roberto Perotti ha calcolato in quasi 76 miliardi il costo della sola flat tax della Lega, contro i circa 30 miliardi stimati dal partito. E in 30 miliardi l’Inps ha stimato il costo del solo reddito di cittadinanza pentastellato, rispetto ai 20 di coperture teoriche indicate dai Cinquestelle. Un accordo Lega-M5S potrebbe essere certamente fatto sulla base di innalzare di brutto il deficit pubblico. Ma la dimensione probabile dell’aggravio di deficit sarebbe tale che in breve diventeremmo gli appestati d’Europa.
 

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