Elezioni, Di Maio: pronti al dialogo con tutti. Ma punta sui dem

«Non abbiamo fretta, risolvano i loro problemi», dice lapidaria una fonte molto vicina a Luigi Di Maio. In casa Cinquestelle si pensa, si guarda, si sogna l'appoggio di un Pd de-renzizzato.

POST IDEOLOGIA
Siamo lontanissimi dall'intesa prevista con la Lega Nord. C'era ancora la stella polare settentrionale quando sei mesi fa Di Maio li aveva immaginati come partner di governo. Davanti a una platea di imprenditori, fece una serenata nordista mettendo al primo posto delle sue priorità non il reddito di cittadinanza ma commesse pubbliche e investimenti per le imprese. A ben vedere il programma M5S stilato nei venti punti di Pescara è ancora molto elastico: va bene sia a destra che a sinistra. O meglio, dieci a uno e dieci all'altro.

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D'altronde Di Maio lo ripete: «Il Movimento è post ideologico». Ma che vuol dire? Lo spiega Beppe Grillo che dà carta bianca a Di Maio per intavolare le trattative: «C'è un capo politico». L'ex comico ieri ha detto: «Siamo un po' dentro democristiani, un po' di destra, un po' di sinistra, un po' di centro... Possiamo adattarci a qualsiasi cosa». Ma analizzando le parole di Di Maio si scopre più di un ammiccamento a sinistra. Ecco perché la strategia è aspettare pazientemente che il Pd imploda e liberi energie, parlamentari e voti per i pentastellati.

E qualche segnale arriva. Il primo è Sergio Chiamparino, governatore del Piemonte, che con i Cinquestelle condivide un buffo nomignolo linguistico: Chiappendino che si riferisce al dialogo istituzionale ingaggiato tra lui e la sindaca M5S Chiara Appendino. Il presidente piemontese ha poi semplificato e frenato: «Io dialogo con loro quotidianamente, non c'è nessun tabù da sfatare». E lo sa bene anche il governatore della Puglia Michele Emiliano che quando vinse offrì un assessorato alla sua avversaria grillina Antonella Laricchia, che però rifiutò. Guai a fare alleanze, allora. Ieri Emiliano ha teso la mano ai Cinquestelle, un'altra volta: «Il Paese non ha possibilità di attendere lunghe trattative, si deve sapere subito che il Pd sosterrà lo sforzo di governo del M5s, augurandoci che il presidente delle Repubblica, incoraggiato da una disponibilità da parte nostra, possa pensare che sia il M5s il partito che ha maggiori probabilità di comporre un governo. E di cominciare il governo del Paese».

E sempre dalla Puglia e dall'area Emiliano, ieri ha parlato anche Francesco Boccia, Pd, presidente uscente della commissione Bilancio della Camera dove in una delle ultime sedute Pd e M5S hanno votato insieme il no al recepimento del fiscal compact. «Se dopo le consultazioni, alla Camera arriva Salvini mi pare naturale dire di no. Se arriva Di Maio mi sembra naturale valutare l'appoggio esterno», dice Boccia. Il partito, secondo Boccia, deve mettere il Presidente della Repubblica «nelle condizioni di trovare una soluzione e la soluzione non può che essere quella di dare un appoggio esterno, vedremo». In direzione, quel 10% rappresentato dalla corrente Emiliano potrebbe chiedere di valutare l'opzione dell'appoggio esterno. «Facciamoli iniziare, no?», dicono le colombe Pd pensando al M5S.

Intanto, anche ieri, come il giorno successivo alle elezioni, Di Maio ha snobbato la Lega. Non l'ha mai citata, l'ha chiamata genericamente «forza territoriale a oltre 15 punti da noi». Tradotto: caro Salvini, sei troppo locale per parlare con noi. «Noi siamo una forza nazionale, non territoriale e quindi siamo inevitabilmente proiettati al governo di questo Paese», ha ribadito Di Maio ieri a Pomigliano. Non nominando mai Salvini, ma prendendosela con il centrodestra «che non ha i numeri».

E quindi si carezzano i temi sociali cari alla sinistra come la povertà. E parla del fenomeno dei working poor, quelli che pur lavorando non riescono a far quadrare i conti alla fine del mese. «Dovete venire a parlare con noi sennò la legislatura non parte», ripete Di Maio.

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