Dal Def alla manovra correttiva, i dossier a cavallo dei due governi

Le regole italiane dicono che la scadenza è il 10 aprile, quelle europee permetterebbero di arrivare alla fine del mese. Ma a Bruxelles vige anche una prassi informale in base alla quale se in un Paese c'è una fase politica complessa e manca un governo con pieni poteri, allora può essere tollerato un ulteriore slittamento di qualche settimana. Non è escluso che l'Italia sfrutti questa possibilità se il prossimo mese la formazione del nuovo governo dovesse essere entrata in una fase decisiva; l'alternativa più probabile però è completare nei termini previsti un documento di economia e finanza (Def) che inevitabilmente porterebbe la firma di Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan.

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In questo caso si tratterà di un testo in continuità con le scelte degli ultimi tempi ma allo stesso tempo piuttosto prudente. Il quadro macroeconomico e di finanza pubblica sarebbe quello a politiche invariate, come indicato ieri anche dal vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis: in pratica verrebbero confermati i numeri dello scorso autunno, senza indicazioni troppo precise sulle opzioni di politica economica. Opzioni che però sono sul tavolo e prima o poi dovranno essere definite.

LE STIME
La prima riguarda la manovra correttiva che probabilmente verrà chiesta al nostro Paese, come avvenne lo scorso anno, per un importo di circa 3,5 miliardi. Questo perché lo sforzo di riduzione del deficit strutturale per il 2018, valutato dal governo italiano nello 0,3 per cento del Pil, viene invece quantificato dalla commissione in un più modesto 0,1 (essenzialmente per differenti stime su crescita e inflazione).

È una partita che entrerà nel vivo solo in seguito, quando sarà stata formalizzata l'insufficienza dell'aggiustamento proposto da Roma: se la deviazione sarà confermata ci sarà però da realizzare una correzione in corso d'anno nel mese di maggio o al più tardi a giugno. Il Documento di economia e finanza (che corrisponde al Programma di Stabilità previsto dalle regole Ue, nell'ambito del Semestre europeo) dovrebbe in realtà dare indicazioni soprattutto sulle scelte per il triennio futuro. La prima che qualsiasi esecutivo dovrà affrontare riguarda le clausole di salvaguardia, ovvero gli aumenti automatici di Iva e (in misura minore) accise che scatterebbero per garantire gli obiettivi di deficit in assenza di misure alternative. Per il prossimo anno valgono 12,5 miliardi. É un fardello che il nostro Paese si porta dietro da tempo, trovando di anno in anno le risorse finanziarie necessarie per disinnescare le clausole: nel 2018 però si è provveduto a reperirle essenzialmente in deficit ricorrendo ai margini di flessibilità concessi dalla stessa Ue, margini che ora sono esauriti.

È verosimile che nel prossimo Def il ministero dell'Economia si limiti a ribadire l'intenzione di non far scattare gli aumenti senza entrare nei dettagli. Un altro tema che dovrà essere affrontato è quello dei contratti pubblici: sono stati appena firmati quelli relativi al triennio 2016-2018, ma dal prossimo anno si entrerà di nuovo in una situazione di vacanza. Con l'aggravante che una piccola parte degli aumenti concordati quest'anno, il cosiddetto elemento perequativo andrà a cessare il 31 dicembre: a bocce ferme quindi i dipendenti vedrebbero una riduzione dello stipendio pur se limitata. Nell'ultimo quadro di finanza pubblica, quello che risale allo scorso autunno, non erano indicate le risorse per i rinnovi e la spesa per le retribuzioni pubbliche risultava in discesa dal 2020.

LE RIFORME
Infine ci sono importanti scelte di politica economica che vanno oltre l'aspetto puramente quantitativo: quelle che riguardano le riforme avviate negli ultimi anni, dal mercato del lavoro alle pensioni. Il governo in carica potrebbe prendere l'impegno di confermarle ma è evidente che ciò avrebbe una valenza piuttosto relativa in attesa della formazione di una nuova maggioranza.

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