De Puyfontaine: «Vivendi-Mediaset, questo accordo non ha alternative»

Presidente Arnaud de Puyfontaine, lei ha definito il piano industriale presentato da Tim l’opzione in assoluto migliore, può spiegare perché?
«Anzitutto va detto che per Tim si tratta di un cambio di passo oggettivamente epocale».

Epocale?
«Sì, scriva pure epocale. È certamente un piano ambizioso, ma siamo convinti che è la via più diretta per un cambiamento significativo nella performance della società, sia sotto il profilo finanziario che operativo. È il risultato di un duro lavoro reso possibile solo dalla nuova governance e dall’arrivo del ceo Amos Genish. A lui e al suo team daremo pieno sostegno, perché è il solo modo per dare alla società un ruolo da protagonista nello scenario globale». 

Così non sembra pensarla il fondo Elliott, entrato nel capitale di Tim con l’intento dichiarato di contrastare la gestione Vivendi.
«Attrarre nuovi azionisti è un elemento positivo. È sempre utile avere un dialogo costruttivo con tutti gli shareholder, purché sia finalizzato al bene della società e a creare valore». 

Ammetterà che Elliott non è un azionista consueto, non a caso viene classificato fra i più temibili “fondi avvoltoio”.
«Elliott ha manifestato il suo interesse per Tim prima di avere letto i dettagli del piano strategico che arriva al 2020. Non appena avranno analizzato il nostro progetto saremo felici di valutare le loro proposte».

Apprezzo la diplomazia delle sue risposte, ma qui siamo di fronte a un attacco alzo zero contro il mondo Vivendi.
«Non la vedo così. Per definizione, l’approccio di un fondo attivista implica un grado di disaccordo con il modo in cui una società viene gestita, ma non conosciamo ancora in dettaglio le loro intenzioni».

Eppure il fondo di Paul Singer è stato esplicito nel chiedere la decadenza del cda di Tim e la modifica radicale del piano industriale.
«Tutto si può chiedere. Ricordo però che il piano è stato approvato all’unanimità dal board di Tim. Dunque saremo compatti nel sostenerlo, con la convinzione che sia quello giusto».

Vivendi è entrata nel capitale di Tim oltre tre anni fa con l’obiettivo di farne un grande polo europeo. In questi tre anni però non avete compiuto grandi passi avanti. Anzi, avete incontrato molti ostacoli, dentro e fuori la società, mentre in Borsa il titolo ha fatto passi indietro. Basterà il piano per rendere possibile la nascita del grande polo?
«Il mio impegno verso la realizzazione di quel progetto è più forte che mai. La strategia di Tim è stata perfezionata con un obiettivo preciso: permettere alla società di giocare un ruolo da protagonista quale alternativa europea nella convergenza tra reti e contenuti, rispetto agli equilibri attuali dominati da player americani o asiatici».

Quale sarà il ruolo di Vivendi in questo scenario?
«Come principale azionista e grazie alle competenze nel suo core business, focalizzato sulla creazione di contenuti innovativi e di alta qualità, il suo contributo offrirà un evidente vantaggio competitivo. Il successo del piano dipenderà però da quanto rapidamente contenuti e reti cresceranno insieme».

C’è però chi si è già mosso. È notizia recente la partnership tra Sky e Netflix.
«Anche Tim si è mossa, il decoder Timbox offre da tempo l’accesso a Netflix, oltre a tanti altri contenuti quali film e serie tv originali. Quindi la convergenza è già in atto. Quell’annuncio è comunque un avvertimento: dobbiamo crescere più rapidamente. Tim e Vivendi in questa partita devono essere leader».

Che cosa prevede sul fronte della joint venture Tim-Canal+? La Consob ha posto dei paletti e il progetto, contestato anche all’interno del cda, pare accantonato. Insisterete su questa strada?
«Il progetto è in stand-by a causa di ritardi dovuti a formalità procedurali ma la strategia sui contenuti non cambia e la realizzazione della convergenza rimane per me una priorità. Occorre tuttavia essere pragmatici, quindi per il momento procederemo con una partnership con Canal+ articolata su licenze, co-produzioni e un ruolo di advisory, con l’obiettivo di trasmettere competenze e know how per realizzare nuovi contenuti di qualità».

Ma Tim Vision dispone già di contenuti di qualità.
«Appunto. Film, serie tv e videogiochi sono un percorso rodato per Tim Vision e dunque questa partnership contribuirà a rafforzare un’offerta già di alto livello. La crescita superiore al 60% degli abbonati realizzata lo scorso anno è un eccellente risultato, ma può anche diventare un punto di partenza».

La separazione della rete è solo un passaggio tecnico per rispondere alle preoccupazioni del governo italiano, oppure state pensando a una modalità per meglio valorizzarla? Genish ha escluso l’Ipo, ma quello sarebbe l’unico modo per far emergere valore. Dunque, perché no? 
«L’operazione dovrà essere valutata in tutti i dettagli, e seguire il percorso indicato dalla regolamentazione di settore. Ma la separazione societaria che proponiamo, in cui Tim continuerà a detenere il controllo al 100%, rappresenterà il migliore esempio in Europa in termini di parità di accesso e trasparenza. Anche così può emergere valore».

Può essere più esplicito?
«Per ora posso solo dire che si tratterà di una soluzione positiva per tutti, che offrirà un avanzato modello di governance e che aiuterà in modo concreto la digitalizzazione del Paese, favorendo allo stesso tempo l’evoluzione del contesto regolatorio più incline agli investimenti e alla maggiore diffusione della cultura digitale».

Perché negare anche una prospettiva di integrazione con Open Fiber? Non crede che abbia senso, se non una fusione, almeno un’intesa finalizzata?
«Non l’abbiamo mai negata, escludiamo una fusione ma siamo aperti ad una eventuale collaborazione».

Non teme che con il cambio di governo muti qualcosa nel dialogo avviato sulla separazione della rete? 
«Ci siamo totalmente allineati al governo Gentiloni sulla necessità di garantire la sicurezza, l’integrità e lo sviluppo della rete. Non a caso abbiamo intrapreso una intensa collaborazione con le istituzioni competenti. Tim è il più grande investitore privato del Paese nelle infrastrutture, quindi continueremo ad avere un dialogo costruttivo con qualsiasi governo».

Prima delle elezioni si scommetteva che lo stop alla trattativa con Vivendi da parte di Mediaset fosse legato alla prospettiva di una vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. L’esito del voto non ha premiato Forza Italia e non vi è dubbio che oggi Mediaset sia meno forte. Piazza Affari lunedì lo ha registrato senza esitazione con uno scivolone del titolo (-5,5%). Alla luce delle novità, pensate di riallacciare la trattativa? E quanto Vivendi è pronta a mediare sulle richieste di Mediaset?
«Non posso che ripetere ciò che ho sempre detto, ovvero che un accordo avrebbe molto senso. Il progetto strategico ha ancora più valore adesso che quando l’avevamo proposto».

La decisione sulla violazione della norma che ha innescato il golden power è attesa a breve. Tim rischia una sanzione fino a 300 milioni. Non le sembra “unfair” che una regola non rispettata da Vivendi ricada alla fine sui piccoli azionisti di Tim?
«Siamo profondamente convinti di aver agito in conformità alla legge e restiamo dunque fiduciosi che andremo verso una soluzione positiva per tutti».

Dunque, pensate di non meritare la sanzione?
«Lo ha detto, riteniamo di non meritarla».

Presidente, il percorso accidentato di questi anni e quello che si prospetta qualora i tempi degli accordi si allunghino ulteriormente, vi hanno mai spinto a un ripensamento sulla campagna d’Italia? Se doveste ricominciare da capo, usereste le stesse modalità, non proprio diplomatiche, per entrare nel capitale di Tim e poi in quello di Mediaset?
«Mi dispiace che siamo stati percepiti come poco diplomatici, perché non era nostra intenzione esserlo. Del resto, Vivendi ha investito più di 5 miliardi di euro in Italia e questa non è stata una promessa d’amore, ma una prova d’amore».

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