Cristiana Capotondi: «Il tema delle molestie attuale ma non può oscurare il resto»

Al Quirinale, stamattina, sarà la conduttrice «emozionata e onoratissima» della cerimonia organizzata per celebrare, alla presenza del Presidente Sergio Mattarella, la Giornata Internazionale della Donna (in diretta su RaiUno alle 11). L’attrice Cristiana Capotondi, 37 anni, una carriera all’insegna della qualità, terrà il filo dell’evento intitolato ”Donne e Costituzione” e dedicato a tre figure-chiave della storia italiana: Angela Guidi Cingolani, Teresa Mattei, Angela Merlin, tra le prime 21 elette alla Costituente, di cui Valeria Solarino leggerà alcuni brani. In tema con l’8 marzo, Cristiana è anche la protagonista del primo film contro le molestie: ”Nome di donna” di Marco Tullio Giordana, in sala da oggi.

Alla luce della mobilitazione mondiale contro gli abusi sessuali, questo 8 marzo è speciale?
«Anche se il tema delle molestie è di scottante attualità, non deve oscurare tutti gli altri. Sono tante le questioni legate al mondo femminile».

Quali?
«La necesssità di incentivare la natalità, ad esempio, aiutare le madri e i padri a seguire i figli, rivedere le quote rosa nei consigli di amministrazione per permettere a tutte le donne meritevoli, non solo alle dirigenti, di farne parte. Ma questi punti vanno affrontati con l’aiuto degli uomini, non lottando contro di loro. La donna è un gioiello condiviso».

La lotta contro le molestie è affrontata nel modo giusto?
«Temo che spesso prevalga l’aggressività nei confronti dei maschi, ed è un errore. La mentalità e il costume non cambieranno se si accentua la distanza tra i sessi».

E’ critica nei confronti del movimento ”Mee Too” che da Hollywood si è esteso al mondo intero?
«Quel movimento ha messo la notorietà delle attrici al servizio della causa. Ma rispetto all’emergenza degli abusi, non serve a niente creare dei mostri».

Perché ha difeso il regista Fausto Brizzi, accusato di molestie nella trasmissione ”Le Iene”?
«Per onestà intellettuale: lo conosco, con me non ha mai avuto comportamenti sbagliati. E per garantismo: un semplice processo mediatico non può decidere della vita e della reputazione di una persona».

Però ha firmato, con altre 124 attrici e intellettuali, il documento ”Dissenso comune”.
«Proprio perché non fa nomi ma intende stimolare la bonifica dei luoghi di lavoro e un cambiamento culturale nei rapporti tra i sessi».

Nel film ”Nome di donna” il suo personaggio, che testimonia contro gli abusi sessuali, si scontra con l’omertà, i ricatti, la minimizzazione dei fatti. Succede sempre così?
«Abbiamo raccontato quella realtà per denunciare l’abuso di potere e la prepotenza che, sempre, generano le molestie».

E’ mai stata importunata?
«No, ho iniziato a lavorare giovanissima e si è capito subito che non era il caso di rompermi le scatole. Mai dovuto difendermi. Non so se sono stata brava o fortunata».

Ha ancora senso, oggi, parlare di femminismo?
«Sì, purché non inglobi la rabbia contro il maschio che caratterizzò gli inizi del movimento, una rivoluzione non ancora conclusa. Oggi la battaglia per la parità dev’essere trasversale: è bello condividere il cammino con i nostri compagni, figli, fratelli, colleghi».

Nel 2016, in tv, ha commosso tutti nel ruolo di Lucia Annibali, sfregiata dall’acido. Sceglie i film con spirito ”militante”?
«Sono mossa dalla curiosità e amo le storie di donne forti, determinate, con un’alta considerazione di sé».

Un’attrice ha una particolare responsabilità?
«Io cerco di essere me stessa, non voglio rappresentare un modello. Ma la visibiltà di noi attori può trasformarsi in ispirazione».

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