Claudio Mencacci: «La paura di essere emarginati ci fa rimanere sempre online»

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Professor Mencacci, serve una giornata di sconnessione dagli strumenti tecnologici a cui siamo legati? «Assolutamente...

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Professor Mencacci, serve una giornata di sconnessione dagli strumenti tecnologici a cui siamo legati?

«Assolutamente fondamentale. La disconnessione ci permette di programmare i nostri circuiti naturali e quindi di non proseguire verso operazioni di delega: l’uso della rete come protesi mentale. La disassuefazione è fondamentale. Pensare di non essere connessi genera uno stato di inadeguatezza o di ansietà. Lo stato di allerta si trasforma in deficit cognitivo, a deperimento della nostra memoria. Fa stare in un continuo stato di eccitazione», dice lo psichiatra Claudio Mencacci, past president della Società italiana di psichiatria.

La necessità di stare connessi dipende dalla paura di essere emarginati dalla comunità?
«È propria dell’essere emarginati e inadeguati. Il giudizio di sé viene attraverso questo canale: quanto sono apprezzato e stimato o quanto non lo sono dipende dalla rapidità in cui mi rispondono. Tema fondamentale è il sonno: dormiamo sempre meno e sempre peggio. Un eccessivo uso della tecnologia ha impatto sulla qualità del sonno».

Se e come lo smartphone e i social hanno modificato il nostro modo di vivere?
«Per millenni ci siamo appoggiati l’uno all’altro per le minuzie di ogni giorno, oggi ci affidiamo alla nuvola, al cloud. Cambia il modo di pensare». 

Il contatto “virtuale” ci allontana dalle relazioni sociali reali?
«È ormai sotto gli occhi di tutti. Da un lato funziona come abbassamento di ansietà, perché riduce il contatto sociale diretto, ma riduce anche la capacità di creare relazioni, condividere idee e conoscenze legata alla vicinanza fisica. La solitudine aumenta». Leggi l'articolo completo su
Il Messaggero