Via Veneto e la Dolce Vita
Quelle notti leggere
tra cultura e paparazzi

Martedì 31 Dicembre 2013 di Francesco Marchioni
Frank Sinatra al Cafè de Paris (foto Rino Barillari)
Vedi quelli? Credono di esser noi», la rasoiata di Ennio Flaiano fotografa le due anime della Dolce Vita, o meglio di quei meravigliosi anni tra la metà dei Cinquanta e gli inizi dei Settanta che hanno fatto di via Veneto la via celebrata, amata, sognata da allora in tutto il mondo. “Quelli” sono i turisti attratti dalla rinomanza mondiale, dal mito di via Veneto. Ancora oggi sciamano indagando lungo quella strada con la stessa curiosità con cui si perdono tra i cunicoli del Colosseo o tra i capolavori dei Musei Vaticani.



Cercano il bar Rosati, la libreria Rossetti che non ci sono più, il Café de Paris rimasto a lungo chiuso per traversie giudiziarie. E cercano, sognanti, le tracce di Ava Gardner, Burt Lancaster, Liz Taylor che non ci sono più neanche loro, e nemmeno gli avatar dei giorni nostri. È rimasta quella fascinosa, ricca fioritura di grandi alberghi culminante nella cupola dell’hotel Excelsior dove notte e dì sciamavano star venute da Hollywood. Alberghi ricchi di storia e di lusso e oggi contesi da investitori carichi di petrodollari. C’é rimasto l’Harry’s Bar che conobbe memorabili performance di Frank Sinatra al pianoforte, dove ancora oggi si respira quell’atmosfera glamour che calamitava personalità del cinema e non solo.



“Noi”, per Flaiano, sono invece gli intellettuali: scrittori, poeti, giornalisti, pittori che formavano quella compagnia di giro che si spostava nel triangolo tra il Café de Paris, Rosati e Doney. Ne facevano parte, ogni sera, Mario Pannunzio, Sandro De Feo, Ercole Patti, Vincenzo Cardarelli incappottato inverno ed estate, Vitaliano Brancati che, alto, arrivava con la sua bombetta, Vincenzo Talarico, Alberto Arbasino allora trentenne o giù di lì, Pier Paolo Pasolini, il grande Giovannino Russo che poi della Dolce Vita ha raccontato tanto e, naturalmente, Ennio Flaiano, scrittore e sceneggiatore del film di Federico Fellini.

L’atmosfera di quella café society la racconta Tullio Kezich: «Al Caffè Rosati si incontrano gli intellettuali e i giornalisti più affermati, si ascoltano i commenti più “in”, i calembour appena sfornati e le polemiche sugli ultimi spettacoli. Sull’altro marciapiede, da Strega oppure, più giù, da Doney, si affacciano gli attori e la gente del cinema. Verso l’una, fino a perdersi nella notte, arrivano alla spicciolata i reduci dalle prime del cinema o del teatro che fanno il resoconto».



Tra i tavoli del Café de Paris scivolava anche la vita leggera e dispendiosa di Re Faruk, in esilio dall’Egitto con la sua corte, morto in un ristorante, si disse, durante un pranzo eccessivo. E poi c’erano le star. Quelle venute da Hollywood conosciute fino ad allora solo attraverso i giornali. Erano lì, a portata di mano. «All’epoca via Veneto era la passerella e la vetrina delle star», scrive Enrico Vanzina, figlio del grande regista Steno protagonista, anche lui in quegli anni, della movida intellettuale e artistica in via Veneto. «Già, perché le star uscivano. Oggi sono barricate nelle loro dimore dorate. E quando escono sono circondate da guardie del corpo. Allora, invece, sedevano liberamente, da Doney o da Rosati».



Roma in quegli anni sogna. Le notti sono finalmente serene, la vita è bella o promette di esserlo. Tutto lo dimostra, le luci accese tutta la notte, le dive, le storie d’amore, le belle auto. Le macchine, a queste dedica spazio Oriana Fallaci in un articolo sull’Europeo intitolato “Via Veneto décolleté di Roma”. Così la grande scrittrice racconta quella movida: «Alle due del mattino, quando gli intellettuali sono andati a dormire e Scelba è passato senza fermarsi, seguito dalla guardia del corpo, arrivano col rombo delle automobili da corsa le grandi firme del cinema. Ormai c’è posto per tutti e le “fuoriserie” si accostano alla riva sinistra come navi che attraccano ad un porto. C’è la Ferrari di Rossellini, la Jaguar di Raf Vallone, la Mg di Kerima, la B21 di Rascel, la Mercedes di Anthony Quinn, il quale scende, enorme e villoso come Zampanò, per andare a bere un whisky da Strega. Tutti a quell’ora bevono whisky. Chiedere un caffè o un’aranciata sarebbe considerato segno di grave disdoro».



Le notti sfavillavano di luci e di mondanità. Ma soprattutto dei flash di quelle autentiche corride tra paparazzi e divi. A provocarle spesso erano i fotografi perché quelle che venivano pagate meglio erano le foto in cui volavano schiaffi. Rino Barillari, il King, celebrata star dei paparazzi, testimone della Dolce Vita di allora e di oggi, dallo spogliarello di Aiché Nanà al Rugantino che segnò l’inizio di quegli anni lievi, allo scoop mondiale del Messaggero sul matrimonio di Tom Cruise con Katie Holmes, racconta di una sera al Cafè de Paris. «Frank Sinatra stanco di esser fotografato fece scatenare una rissa dai suoi guardaspalle. A sedarla Domenico Modugno che prese sotto braccio Sinatra e gli disse: “Go home Frank”. E tutto si calmò. Foto preziosissime subito vendute in via del Tritone». La cronaca rosa faceva breccia anche nei quotidiani. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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