Martin Castrogiovanni: «I social? La sovraesposizione è sbagliata, bisogna trovare un equilibrio»

di Federica Macagnone
Il gigante buono è arrivato alla Social Media Week. Martin Castrogiovanni, una delle stelle del rugby italiano, è stato il protagonista del panel Social Media & Sport per raccontare il suo rapporto con i social e le migliaia di fan che lo seguono su Twitter, Instagram e Facebook.

Attivo sulla rete sì, ma senza esagerare perché, come dice lui stesso, la sovraesposizione non è mai un bene. «Penso al dopo partita - dice Martin - Il match è finito da poco e già si vedono i giocatori che postano on line. Io penso che ci sono dei momenti che devono rimanere dentro gli spogliatoi: ormai non c'è neanche il tempo per abbracciarsi con i compagni che già alla foto da scattare e condividere. Anche io ho avuto dei periodi in cui ero malato di cellulare, ma si deve capire quando fermarsi». Difficile ipotizzare anche una regolamentazione da parte dei club, sottolinea il rugbista, aggiungendo che è «impensabile chiedere a uno che guadagna 30 milioni di euro di non usare il cellulare».

Un rapporto con le nuove tecnologie al quale Castrogiovanni non vuole rinunciare, senza però lasciarsi assorbire. Senza pensare ai “momenti della vita” che, ormai, sono andati per sempre persi: «Se non si risponde a un messaggio su WhatsApp è un problema. Quando avevo 17 anni dovevo chiamare a casa se volevo sentire la ragazza che mi piaceva. Adesso si manda un messaggio: si sono perse tante cose e, per quanto difficile, bisogna trovare un equilibrio».

Un equilibrio che Martin ha trovato sui social, dove ha uno splendido dialogo con i suoi follower con i quali mantiene un rapporto diretto. «Mi piace postare foto ironiche, la gente mi scrive e a me piace rispondere loro. Mantengo un contatto con i miei fan e il rapporto è migliorato da quando non gioco più: prima erano tutti allenatori, ma alla fine ero io che scendevo in campo».

Non solo ironia e rapporto con i fan. Martin, infatti, ha scelto i social per veicolare le sue iniziative benefiche: «Non voglio farmi vedere. Non mi interessa che la gente pensi che io sono buono. Ritengo che far vedere quello che faccio possa sensibilizzare più persone e far conoscere realtà che magari rimarrebbero sconosciute. Vedere quelle realtà ti cambia la vita». E se i social sono importanti per veicolare messaggi importanti, sono altrettanto importanti per creare comunità e far sentire tutti legati attraverso un filo invisibile. «Volevo creare un canale per far sì che i bambini della Castro rugby Academy riuscissero a mantenersi in contatto durante tutto l'anno - conclude - Da lì sono nate amicizie: il rugby è soprattutto questo. Lavorare duro, divertirsi, sorridere e creare rapporti».
 
Mercoledì 13 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 14-09-2017 01:12

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