Chieti, l'Università studierà le cellule prelevate nello spazio all'astronauta Nespoli

di Francesca Rapposelli
L’università d’Annunzio di Chieti “vola" nello spazio a studiare, per la prima volta, le cellule umane in un ambiente di microgravità. Le cellule sono quelle che saranno prelevate all'astronauta Paolo Nespoli. Un progetto ambizioso e dall’altissimo valore scientifico denominato MyoGravity, interamente ideato e scritto dalla professoressa Stefania Fulle, del dipartimento di Neuroscienze Imaging e scienze cliniche dell’ateneo teatino. Sarà lei a coordinare un team di 7 persone tra docenti, ricercatori, assegnasti e dottorandi dell’ateneo teatino, con cui collaborano anche gruppi di ricerca delle università La Sapienza di Roma, di Perugia e dell’Aquila.

MyoGravity è uno degli otto progetti finanziati, con quasi 400mila euro, dall’Agenzia spaziale italiana e selezionato per la missione umana Expedition 52/53, che volerà la prossima primavera verso la Stazione spaziale internazionale. Lo staff guidato dalla professoressa Fulle, ordinaria di Fisiologia dal 2001, analizzerà le alterazioni delle cellule staminali adulte del muscolo scheletrico, coltivate in vitro nello spazio, con l’obiettivo di poter risolvere, o almeno attenuare, i problemi di atrofia che attanagliano gli astronauti al ritorno dalle missioni spaziali. «Il muscolo scheletrico - spiega - è uno di quei tessuti che maggiormente risentono della microgravità a cui vanno incontro gli astronauti nello spazio. Il tessuto muscolare subisce un’atrofia e, al ritorno dalle missioni, determina diversi problemi motori. Noi vogliamo capire come le cellule staminali, usate normalmente dai muscoli per rigenerare il tessuto a seguito di danni o atrofia, operino, in un ambiente di microgravità».

A brevissimo, lo staff della d’Annunzio andrà a Colonia per effettuare una biopsia all’astronauta italiano Paolo Nespoli, dell’Agenzia spaziale europea. Quelle cellule verranno in parte coltivate in vitro nei laboratori dell’ateneo teatino, in parte mandate nello spazio, attraverso una serie di strumentazioni specifiche e regolate da un software fornite dall’azienda livornese Kayser Italia srl. «Studieremo lo stato delle cellule muscolari dell’astronauta prima della sua partenza dello spazio - prosegue la docente - e alla fine della missione le confronteremo con le cellule coltivate a terra. Dopodiché, faremo un’altra biopsia all’astronauta, per capire cosa sia successo alle cellule rimaste».

Lo scopo è duplice: da un lato, permetterà di comprendere se i modelli sperimentali riprodotti a terra, corrispondano effettivamente a ciò che accade in un ambiente di microgravità, dall’altro permetterà di comprendere cosa succede al muscolo durante la permanenza nello spazio, capire cosa determini l’atrofia ed, eventualmente, capire dove intervenire per ostacolarla o rallentarla. «La vera novità - precisa l’ideatrice del progetto - sta nel utilizzare cellule umane, perché finora sono state studiate nello spazio soltanto quelle animali». La sfida è affascinante anche per i profani, anche se richiederà un gran lavoro dei ricercatori teatini. La missione durerà sei mesi e terminerà a novembre, quando la squadra di MyoGravity andrà a Houston per effettuare la seconda biopsia su Nespoli. A quel punto, i ricercatori si chiuderanno a lungo in laboratorio, a Chieti, per analizzare tutti i dati e trarre le conclusioni. «Ovviamente non abbiamo idea di quale possa essere il risultato - spiega Stefania Sulle - ma anche se fosse negativo, sarebbe comunque un dato. Se l’esperimento ci dovesse dire che il modello sperimentale usato a terra non mima neanche lontanamente quel che accade nello spazio, per noi sarebbe importante».

Adesso, però, è ancora presto per i risultati. Attualmente l’intero staff di MyoGravity è al lavoro per mettere a punto il protocollo sperimentale che verrà inviato sulla stazione spaziale internazionale. Oggi, nella sede della Kayser, a Livorno, inizia una fase di simulazione di tutto ciò che deve essere messo a punto per la partenza. Poi, a maggio, si vola verso Cape Canaveral, da dove partirà la missione spaziale, per preparare le unità sperimentali che andranno sulla navicella. Ma come è nata l’idea di studiare la reazione delle cellule staminali degli astronauti? «Io lavoro da almeno 15 anni su questa tipologia di cellule - racconta la professoressa Fulle - e mi sono sempre occupata di rigenerazione muscolare. Dunque mi interessava quali possano essere le problematiche nella rigenerazione del muscolo a carico di queste cellule in caso di microgravità».
 
Mercoled├Č 11 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 12-01-2017 12:58

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