Johann-Dietrich Wörner, il capo dell'Agenzia spaziale europea a Musk e Hawking: «Marte City può attendere»

di Paolo Ricci Bitti
«Sì, credo di sì: donna o uomo che sia, il primo essere umano che sbarcherà su Marte è già nato, magari da poco, ma è nato. Ancora niente da fare, invece, per chi abiterà sul Pianeta rosso per colonizzarlo». Marte City può attendere, e anche parecchio, insomma, per Johann-Dietrich Wörner, 63 anni, direttore generale dell'Agenzia spaziale europea. E' l'ingegnere civile tedesco, europeista fino al midollo, che tratta alla pari con Nasa e Roscosmos, il capo degli astronauti Cristoforetti, Nespoli, Parmitano e Vittori.

Perché questa prudenza?
«L'affascinante e insopprimibile impresa di andare su Marte, per di più, dice qualcuno, per costruirvi una città, richiede un tale impegno economico e uno sforzo tecnologico così forte che sarà affrontabile solo se prima ci organizzeremo sulla Terra con una nuova politica di alleanze veramente globali, proprio come se fossimo in un unico villaggio in cui sono chiari i ruoli del leader e di chi deve fare che cosa per il bene comune. Ne saremo capaci?».


Johann-Dietrich Wörner (Esa)

Ma Elon Musk, creatore di SpaceX, vuole portare un milione di terrestri su Marte entro la metà del secolo, mentre l'astrofisico Stephen Hawking ha detto che l'umanità dovrà abbandonare la Terra entro 100 anni. Come la mettiamo?
«Dunque, per andare su Marte con le attuali tecnologie, e anche ipotizzandone realistici sviluppi importanti per sfruttare le risorse di lassù senza dover portare tutto dalla Terra, servono almeno sei mesi, poi per tornare bisogna attendere quasi due anni perché la distanza fino al nostro pianeta sia di nuovo il più breve possibile (si va da 56 milioni a 360 milioni di chilometri secondo la posizione dei pianeti nelle orbite attorno al Sole, ndr). Dico tornare perché credo fermamente che tutti vogliano tornare sulla Terra dopo aver sperimentato quell'inferno che è Marte».

Peggio che nel film The Martian con Matt Damon?
«Bellissima storia, ma non dà che una minima idea delle difficoltà. E allora, possiamo mandare a cuore leggero su Marte un equipaggio sapendo che se qualcosa va storto sarà assolutamente solo e che bisognerà aspettare almeno due anni per riportarlo sulla Terra? Una malattia, un incidente, pensiamo solo al problema serissimo delle radiazioni: lo spazio comporta molti rischi. E chi vorrà per anni abitare in una scatoletta?».

Come canta in Space Oddity (Sitting in a tin can) David Bowie che si domanda anche se c'è vita su Marte?
«Già, una bellissima colonna sonora per il viaggio».
 
 


Ma una tappa intermedia sulla Luna, magari in quella base che l'Esa sta ipotizzando, può aiutare a lanciare il viaggio marziano?
«Sono certo che torneremo presto, molto presto, sulla Luna, e che poi andremo su Marte, ma anche per il nostro satellite non sono convinto del termine colonizzazione. A ogni modo per andare sulla Luna bastano pochi giorni (la distanza è di 400mila chilometri, ndr) e se qualcosa non va per il verso giusto si fa presto a tornare, vedi l'esempio di Apollo 13».

Le missioni lunari Apollo costarono agli Usa 25 miliardi di dollari, un quarto di quello che spendevano ogni anno per la guerra nel Vietnam. Ma per le missioni marziane si ipotizzano costi fino a 1.500 miliardi di dollari, il pil di una nazione come il Canada: come trovarli?
«Sono calcoli difficili da fare, ma con una certezza: andare nello spazio è nella meravigliosa natura dell'uomo salito sull'Everest e sceso nella Fossa delle Marianne e che, ancora prima, ha scoperto l'America. E inoltre si è visto che le attività spaziali, come quella della Stazione internazionale (Iss), sono formidabili collanti fra le potenze mondiali, fonte di ispirazione per i più giovani e indispensabili aiuti al progredire della scienza, della tecnologia, della medicina. Però, ecco la certezza, per andare su Marte, per fare dell'uomo una specie interplanetaria (come dice Musk, ndr) bisogna che cambi completamente il passo delll'umanità».

Ma le nuove potenze spaziali quali India e Cina non partecipano alla vicenda della stazione internazionale, tanto che la Cina se ne sta costruendo una tutta sua, il Palazzo Celeste.
«Appunto, penso che piuttosto che pensare di abbandonare la Terra, che poi mica potremo spostare 8 miliardi di persone ma solo pochi individui, dovremo imparare a difenderla, anche grazie alle tecnologie che saranno inventate per andare su Marte. Capisco il messaggio che c'è dietro l'allarme di Hawking e sono affascinato dalle visioni, alcune brillantemente realizzate, di Musk, ma diamoci da fare per accordarci fra nazioni anche in nome delle imprese spaziali: per quanto forti, le tensioni Usa-Russia (e prima Urss) non si sono mai sentite e non si sentono nella convivenza sulla stazione spaziale. Lei poi mi sta intervistando in questo posto magnifico che è il Campidoglio in cui stiamo sottolineando la forza della politica spaziale per l'integrazione dei paesi dell'Unione europea...».

Che comprende adesso 28 nazioni, mentre nel convegno per il 60° anniversario dei Trattati di Roma si è sottolineato che i paesi firmatari furono solo sei.
«Ecco, lavoriamo allora per estendere accordi di cooperazione a tutto il mondo se vogliamo andare e tornare da Marte e anche oltre. Ognuno metta le sue risorse, le sue competenze, anche i privati, naturalmente: c'è posto e c'è bisogno di tutti, anche di chi punta al turismo spaziale, di chi vuole sfruttare le risorse del sottosuolo di Luna e Marte. Costruiamo un'architettura politica nuova con regole sovranazionali snelle, scegliamo un leader come si farebbe appunto in un villaggio e dividiamoci i compiti fra nazioni, agenzie spaziali e privati così come poi ci divideremo i benefici. Lo so, non sarà per nulla semplice: immaginare una potenza al servizio delle altre e che accetta una leadership non sua pare fantascientifico, ma lo è quanto pensare di colonizzare Marte in pochi generazioni».

Generazione Marte hanno definito i nuovi 12 astronauti della Nasa: qualcuno di loro ci arriverà?
«Quanti anni hanno?»

Dai 29 ai 42.
(lungo sospiro) «Mah».

Intanto nel 2024 la stazione spaziale internazionale, che dal 28 luglio accoglierà Paolo Nespoli, andrà in pensione?
«Se ne sta parlando. Ma l'uomo non potrà fare a meno di un ambiente come quello: c'è bisogno di continuare a fare esperimenti in situazione di microgravità che in questi anni hanno permesso fenomenali progressi in ogni settore della scienza e della tecnologia. Un laboratorio in orbita permette di testare sostanze, farmaci e apparecchiature salvavita, progetti di biologia e fisica e lo stesso corpo umano anche in vista di lunghi viaggi spaziali».

Dai sistemi di allarme antifumo (che, ad esempio, nel terribile rogo della Grenfell Tower di Londra si ipotizzano non abbiano funzionato come dovuto) ai defibrillatori ed ecografi portatili capaci di salvare migliaia di vite, dai farmaci contro l’osteoporosi e le cardiopatie a nuovi tipi di carburanti e metalli, dagli pnematici radiali agli utensili a batteria e alle luci led, dalle coperte termiche per il pronto soccorso ai materiali antigraffio: le “ricadute” terrestri dalle attività spaziali continuano ad aumentare così come gli investimenti di privati quali Musk, Bezos, Branson e Buffett.
«E’ così fin dall’inizio dell’avventura spaziale: investire nello spazio rende nel breve, medio e lungo periodo. Il rilevatore di incendi più efficace nacque per le missioni Apollo dopo un incidente che costò la vita a tre astronauti (1967, Apollo 1) ndr. Pensiamo a quante persone si sono salvate con questa tecnologia o con i defibrillatori. E come sarebbe “cieca e muta” la nostra esistenza senza le reti di satelliti?».

A proposito, la tecnologia di riutilizzazione degli stadi dei razzi lanciatori di satelliti che stanno sperimentando Musk e Bezos potrebbe fare ombra al successo del razzo italiano Vega costruito a Colleferro dall’Avio a Colleferro?
«(occhiataccia) Vega italiano? Prego, voleva dire europeo?».

Certo, chiedo scusa, Vega è italiano solo al 65% e il progetto curato dall’Agenzia spaziale italiana è diretto dell’Agenzia spaziale europea con il coinvolgimento, oltre all'Italia, di altri sei paesi europei.
«Il riuso dei lanciatori o dei primi stadi di essi è molto interessante, ma è troppo presto per fare valutazioni tecniche e commerciali sul suo futuro, siamo ai primi passi. Mi sembra che al momento questa tecnologia, che ha certamente richiamato anche la nostra attenzione, comporti, fra l’altro, l’uso di un terzo del carburante per il rientro a terra. Però, ripeto, è troppo presto per giudicare quella che potrebbe essere la strada per i prossimi decenni. Al momento, a ogni modo, in Esa siamo estremamente soddisfatti della nostra famiglia di lanciatori: il veterano Ariane, che ha appena infilato l’ottantesimo lancio consecutivo senza problemi, e Vega, con il record assoluto di 9 successi nei primi 9 lanci, sono particolarmente affidabil e garantiscono prezzi altamente concorrenziali nel mercato sempre più affollato delle orbite, come dimostrano del resto le commesse che continuano ad arrivare».

Tornando a razzo verso Marte, c’è chi sostiene che il mastodontico Saturn 5, alto 110 metri e con la mostruosa capacità di portare in orbita bassa 140 tonnellate di carico rispetto alle 20 dei razzi odierni più potenti, fosse stato progettato da Wernher von Braun sì per le missioni Apollo destinate alle Luna, ma con potenza sovradimensionata in modo da essere già pronto, o quasi, per la nuova frontiera marziana. Che ne pensa? Davvero l’uomo avrebbe potuto raggiungere Marte già nel 1981, come aveva annunciato dopo il successo lunare lo scienziato tedesco, salvo poi essere bocciato dal congresso americano?
«Le capacità tecniche di Von Braun erano pari al fascino delle sue lucide visioni. I suoi articoli, i suoi libri, a cominciare dal Progetto Marte scritto addirittura nel 1948 (Dedalo edizioni, prefazione del compianto astrofisco Giovanni Bignami, ndr), sulla missione umana su Marte sono ricchi di spunti estremamente interessanti riguardo gli aspetti tecnici e anche, diciamo, antropologici e filosofici dell’impresa. Spunti, calcoli, riflessioni, ipotesi: tutto di notevole attualità ed è avvincente notare quante delle sue intuizioni si siano nel frattempo concretizzate - veramente tante - e quante stiano per diventarlo, mentre altre dovranno attendere. Ma, sì, se puntiamo al fatto specifico di raggiungere Marte con un equipaggio umano, forse quella tempistica di von Braun aveva possibilità di essere rispettata. E non è davvero poco. Poi però restavano e restano sempre da affrontare le questioni dette poco fa, quelle relative alla sicurezza degli astronauti, al viaggio di ritorno e alla permanenza dell’uomo sul Pianeta Rosso per un lungo periodo».   

Sabato 8 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 11-07-2017 13:19

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