Caccia ai detriti spaziali: dall'Esa a D-Orbit, come risolvere l'inquinamento dell'orbita terrestre

di Andrea Andrei
Che fine fa la gran quantità di satelliti e razzi che noi terrestri spediamo continuamente in orbita? Probabilmente in pochi se lo chiedono, anche se negli ultimi tempi la comunità scientifica è sempre più preoccupata da una sconfortante evidenza: noi umani ancora non siamo riusciti a colonizzare lo spazio, ma siamo riusciti già a inquinarlo. E se alcuni frammenti di oggetti ricadono sulla Terra (per ora non ci sono casi accertati di morti o infortuni causati dalle cadute, anche perché bruciando nell'atmosfera i detriti arrivano a noi in piccolissime dimensioni), la maggior parte se ne restano lì, a ruotare vorticosamente intorno al nostro pianeta e mettendo a rischio i satelliti funzionanti.

LE SOLUZIONI
Per questo si stanno cercando delle soluzioni pratiche per risolvere il problema, e alcune di queste soluzioni parlano italiano. Come il progetto dell'azienda lombarda D-Orbit, che ha sviluppato dei piccoli propulsori in grado di riportare i satelliti esausti a Terra. E come anche il programma dedicato dell'Esa (l'agenzia spaziale europea), che si chiama Clean Space (spazio pulito) e che è diretto da Luisa Innocenti, fisica milanese trapiantata a Parigi. «Si stima che nell'orbita terrestre ci siano milioni di detriti spaziali creati dai satelliti giunti a fine vita spiega la scienziata La maggior parte di questi sono di piccole dimensioni, anche inferiori a un centimetro. Ma circa 29 mila superano i 10 centimetri. Si tratta di oggetti che rappresentano un grosso pericolo per i satelliti ancora funzionanti, che rischiano di essere danneggiati in caso di impatto. Basti considerare che anche i detriti più piccoli, viaggiando a velocità elevate, possono trasformarsi in proiettili». Ma non è l'unico rischio, perché molti satelliti hanno batterie e propellente al loro interno e perciò rischiano di esplodere provocando una dispersione ancora maggiore di frammenti.

«Ci sono due tipi di questioni legate al problema dei detriti spaziali. La prima è evitare di produrre nuova spazzatura. La seconda è eliminare quella già prodotta. Per quanto riguarda quest'ultima, Clean Space ha un progetto per smaltire Envisat, un satellite di 8 tonnellate lanciato nel 2002 dall'Esa (è grande come un autobus e ha cessato di funzionare dopo 10 anni di attività, ndr). Abbiamo scelto di cominciare da Envisat con la sperimentazione perché i satelliti, anche a fine vita, restano di proprietà delle nazioni che li lanciano - quindi per la maggior parte Usa, Russia e Cina - e solo loro possono riportarli indietro».

Un tentativo in tal senso è stato compiuto, con scarso successo, dall'agenzia spaziale giapponese (Jaxa). Il fine era riuscire, tramite un cavo di acciaio e alluminio lungo 700 metri, ad agganciare un detrito e trascinarlo verso orbite più basse fino a provocarne la caduta e la distruzione nell'atmosfera. L'esperimento non è però andato a buon fine.
Sulla prevenzione si sta invece concentrando D-Orbit. La startup italiana, fondata nel 2011 da Luca Rossettini e Renato Panesi, ha ricevuto negli anni una serie di importanti finanziamenti, come Horizon 2020 della Commissione europea. Il 23 giugno l'azienda compirà uno dei suoi passi più importanti, con il lancio dal centro spaziale indiano di Satish Dhawan del proprio satellite D-Sat: su quest'ultimo è installato un kit, il D3, formato da un mini-propulsore autonomo che dovrebbe essere in grado di riportare indietro l'oggetto al termine della sua vita operativa, facendolo bruciare nell'atmosfera esattamente nel punto voluto, in un'area priva di rischi per la popolazione. Si tratta ancora di un esperimento, che però potrebbe rivelarsi cruciale non solo per l'azienda (che ha finanziato parte della missione con una raccolta fondi su Kickstarter), ma anche per lo sviluppo di missioni future: il D3 potrebbe essere applicato infatti non solo ai detriti già esistenti ma, come si augura Rossettini, «in ogni nuovo satellite entro il 2025».

I RISCHI
Quello dei detriti spaziali è un problema di cui ci si è accorti con molto ritardo, solo negli anni Duemila, e che ciononostante non è ancora percepito così urgente da attirare investimenti sufficienti. Eppure, sottolinea Innocenti, «l'orbita a 800 chilometri di distanza (dove ci sono i satelliti utilizzati per scopi scientifici o militari) e quella a 32 mila chilometri (popolata dai satelliti per le comunicazioni) sono già affollate di detriti. Anzi, nella prima è stato già raggiunto il punto di saturazione. E consideriamo che se attualmente i lanci effettuati ogni anno sono un centinaio, in futuro si parla di moltiplicarli a dismisura, rendendo il problema dei detriti esponenziale». Si va incontro così alla cosiddetta sindrome di Kessler, come nel film Gravity di Alfonso Cuarón: una catena di urti che moltiplica i frammenti rendendo lo spazio impraticabile. Un grosso problema, spiega Innocenti, perché vorrebbe dire non poterne più lanciare altri: «E oggi la nostra società in qualche modo dipende dai satelliti».

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei_

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Luned├Č 19 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 21-06-2017 08:59

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