Resident Evil VII Biohazard, un nome vecchio per un nuovo livello dell'horror

di Andrea Andrei
Siamo onesti: quanto è abusato il termine "horror"? Lo è talmente tanto che, da essere un genere cinematografico e letterario degno di un certo rispetto si è trasformato nella formula più banale da rimorchio utilizzata spesso dai più impacciati e disperati corteggiatori, che dovrebbe (il condizionale è da sottolineare con forza) spingere una ragazza a mollare le proprie inibizioni per una frazione di secondo e, con un sussulto di paura, a stringersi quel tanto che basta all'imbranato di turno. Poi la storia ci insegna che le ragazze da questo punto di vista sono ormai molto più coraggiose dei maschietti, ma non divaghiamo.

Bene, dimenticate quella nozione di horror e recuperate quella dell'enciclopedia. Da Wikipedia: "un genere caratterizzato dalla presenza di scene ed eventi finalizzate a suscitare nello spettatore emozioni di orrore, paura o disgusto. Le trame solitamente vedono la presenza dell'ignoto in senso spesso ostile (come mostri, forze, eventi, personaggi del male o di origine soprannaturale) nel mondo di tutti i giorni". Tradotto: Resident Evil. Tradotto meglio: Resident Evil VII Biohazard, undicesimo capitolo della celeberrima serie di videogiochi giapponese Capcom e primo con prospettiva in prima persona. Tradotto ancora meglio: una roba da non dormirci la notte, da desiderare di rinunciare alla dignità e scappare urlando, da coprirsi gli occhi con le mani. Per chi può, visto che nella versione per PlayStation 4 (c'è pure quella per Xbox One e per Pc) è interamente giocabile con il visore per la realtà virtuale PlaystationVR (il che rappresenta, come è facilmente immaginabile, un'esperienza piuttosto estrema).
 
 

L'ESPERIENZA
Non che la versione classica sia da meno, eh. Resident Evil 7 è un mix terrificante di tensione, ambientazioni da brivido, scene di una violenza raccapricciante e dialoghi che solo la mente più distorta sarebbe in grado di partorire. È ambientato, come da tradizione, in una casa piena di oscure presenze, collocata questa volta nelle campagne della Louisiana, dove il protagonista, Ethan, si reca per cercare la moglie scomparsa da tre anni dopo aver ricevuto un sinistro videomessaggio da lei. E chissà perché, invece di portarsi appresso l'esercito, i reparti speciali della polizia, i vigili del fuoco, la forestale (ci sarebbe bisogno anche di quella, fidatevi) e le truppe cammellate, ci va completamente da solo, per altro disarmato. 

Come se non bastasse, si introduce in un'accogliente dimora (almeno se siete degli zombie) completamente esplorabile, dove è una continua scoperta di simboli satanici, budella  buttate qua e là, sangue a fiumi (anzi a schizzi), cigolii di ogni tipo. E buio, maledizione. Un buio che inghiotte tutto, se non rari dettagli che sarebbe meglio non intravedere. La dinamica di gioco è di quella che ti fa trattenere il respiro ogni volta che stai per aprire una porta, ogni volta che devi avventurarti su o giù per una scala. Piccolo spoiler: il protagonista trova la moglie quasi subito. Una buona notizia, direte voi. Sì, se non fosse che Mia (così si chiama la donzella) è posseduta da una forza maligna ed è dotata di una forza sovrumana e di un'abilità invidiabile nel maneggiare seghe elettriche e armi da taglio. Che, ovviamente, rivolgerà contro di voi.

Non cadete nel tranello: chi ne parla in questi termini lo fa solo per esorcizzare qualcosa di invece molto serio. Il gioco è fin troppo ben fatto e grazie alla grafica, al suono e agli ottimi doppiaggi garantisce un'esperienza veramente terrificante. Tanto da sconsigliare (realmente) ai più piccoli e ai più impressionabili di avvicinarvisi. Per giocare a Resident Evil 7 ci vuole stomaco, oltre che fegato. Che è poi anche un riassunto di quello che vedrete quando avrete occasione di imbattervi nella famiglia che popola la casa, i Baker: padre, madre e due figli. Uno più squilibrato e violento dell'altro.

LE DIFFERENZE
Gli amanti dei classici Resident Evil devono abituarsi all'idea che questo capitolo è diverso da tutti gli altri, non solo per la prospettiva in prima persona. In effetti, si ha l'impressione di giocare a un titolo completamente diverso. Ed è un'ottima cosa, perché c'era davvero bisogno di novità. Da qui l'idea che forse, per una volta, fatto 30 si poteva fare 31 e chiamare il videogame con un altro nome. Ma forse è mancato il coraggio e si è preferito fare subito presa sui vecchi affezionati, con il rischio, ovvio, di deludere chi si aspettava un ennesimo remake della stessa formula che va avanti da vent'anni. Ed è un peccato, un'occasione sprecata.

Comunque alla fine, come se tutto non fosse già abbastanza inquietante, si scoprirà che il "male" ha un nome femminile, a un primo impatto tutt'altro che spaventoso e anzi rassicurante: Eveline. Poi, dopo una riflessione più approfondita, ci si accorge che quel nome ha una certa assonanza con la parola inglese "evil", "male" appunto. Un termine caro alla serie, a partire dal titolo. Come a dire che il male si nasconde ovunque. Riuscite a pensare a una cosa più horror di questa?


andrea.andrei@ilmessaggero.it

Twitter: @andreaandrei_
Gioved├Č 9 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 10-02-2017 14:49

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