Photoshop ci ha aperto gli occhi, ora non crediamo più a tutto

Marianna Santoni (Foto di Luca Vescera)
di Niki Barbati
Dal chitarrista con sei dita alla modella di Playboy senza ombelico, dai seni gonfiati a dismisura alle top con troppe braccia fino all’ultimo caso di Barbara D’Urso massacrata sui social per aver postato un selfie in cui i “ritocchini” a glutei e addome hanno coinvolto, deformandola, anche la cornice della porta sullo sfondo. Imperizia e vanità fanno sì che la galleria degli orrori del fotoritocco cresca in maniera esponenziale; non si salva nemmeno il presidente Obama ripreso mentre scende dall’Air Force One stringendo una delle tre mani di Michelle.

Guardando queste immagini viene da pensare che Photoshop sia il diavolo...
«No, non credo proprio, ma se lo fosse noi saremmo gli ultimi a saperlo visto che si photosciopperebbe benissimo» dice ridendo Marianna Santoni, fotografa professionista che Adobe (il colosso produttore del software di fotoritocco) ha insignito nel 2004 del titolo di Adobe Guru. A dispetto della qualifica paludata e austera, Marianna è giovane e allegra, con più titoli che anni sulle spalle. Nativa di Foligno dove vive quando non è in giro per l’Europa, è docente universitaria, Adobe Certified Instructor, autrice di libri, beta tester (collaudatrice) e consulente per marchi come Nikon, Canon, Epson, Adobe e nel 2010 è stata premiata dal Ministero del Lavoro come una “delle 54 donne di talento italiane».

Ovviamente lei assolve il fotoritocco?
«Assolutamente sì, anzi dobbiamo essere riconoscenti a Photoshop perché ha introdotto l’era del sospetto: grazie agli errori smascherati, ci fidiamo meno di quello che vediamo mentre prima credevamo a scatola chiusa che una foto rappresentasse per definizione la verità».

Cosa risponde a Gianni Berengo Gardin quando propone di abolire per legge questi software?
«Potrei dare una risposta diplomatica e una non politically correct, quindi preferisco la seconda... Da anni lavoro come post produttrice per riviste di moda e fotografi professionisti e posso assicurare, senza fare nomi, che parecchi autori molto famosi, sempre pronti a schierarsi contro l’uso di Photoshop, sono i primi a chiedere il mio intervento. Insomma, si fa ma non si dice. Non mandiamo al rogo un programma che è solo il mezzo non il fine, e che, in quanto tale, non ha colpe: sarebbe come proibire l’acqua perché qualcuno è affogato».

I danni causati dal fotoritocco sono un falso problema?
«Sono quasi due secoli che le fotografie vengono ritoccate: è una pratica nata quasi insieme alla fotografia stessa, solo prima avveniva in camera oscura e la gente non lo sapeva, era un lavoro molto difficile e avvolto nel mistero. Sebastião Salgado (il grande fotografo brasiliano autore di “Genesi”, ndr) non ha avuto alcuna remora a mostrare una sua opera prima e dopo gli interventi massicci in camera oscura, lo stesso ha fatto Ansel Adams. Insomma, i grandi non hanno paura».

Ma ci deve pur essere un’etica da rispettare, no?
«Sicuramente due tra tutti: nel campo del fotogiornalismo e della documentazione scientifica. La Reuters, per esempio, utilizza un software capace di riconoscere se il file è stato aperto e manipolato o se è originale. La tecnologia c’è, basta usarla. Il discorso si complica se l’alterazione è dettata dall’alto: all’indomani della strage di Charlie Hebdo, quando tutti i potenti del mondo sfilarono per le strade di Parigi il quotidiano ultraortodosso israeliano Hamodia ha cancellato le presenze femminili dalla prima pagina facendo sparire la Merkel e la Mogherini» e il discorso potrebbe essere molto più ampio se pensiamo a missili e aeroscafi “moltiplicati” con Photoshop in diverse foto propagandistiche o ai comizi elettorali nostrani in cui viene moltiplicata la platea.

Avrà notato che sono sempre di più le attrici contrarie al “lifting cartaceo”...
«Va bene, facciamo un esempio: immaginiamo una ragazza, la affidiamo ai migliori truccatori e parrucchieri, posizioniamo le luci in modo impeccabile tali da nascondere difetti o kg in più, diamo la reflex al maestro dei ritratti. Bene, il risultato sarà reale o artefatto?».

Ma la gente chiede solo qualche ruga in meno o anche l’impossibile?
«Di richieste assurde ne ho sentite tantissime, ma quanto accaduto a un mio collega forse le batte tutte: una mamma gli portò un ritratto in cui era con la figlia, alle loro spalle il dipinto di una donna nuda di schiena... la cliente voleva che la figura nel quadro venisse voltata perché quei glutei dietro la ragazzina non erano appropriati!»
Lunedì 21 Marzo 2016 - Ultimo aggiornamento: 24-03-2016 16:10

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