ROMA - L’Attila di Verdi che ha debuttato ieri sera al Costanzi conferma che ogni titolo diretto da Muti a Roma è un evento. Il maestro, l’orchestra della Fondazione lirica, il bellissimo cast, le scene e icostumi di Pier Luigi Pizzi (anche regista) hanno ricevuto dal pubblico entusiastica accoglienza. Ovazioni e consensi fanno ormai parte della gratitudine che il Teatro, la città e i romani esprimono a Muti. Il quale ha creato con gli ensemble dell’Opera una simbiosi talmente formativa da fargli dire che il «suono verdiano» dell’orchestra lo ritiene, a questo punto, unico al mondo.
Attila. Pier Luigi Pizzi ha voluto la saga del re barbaro che piomba sulla gloria di Roma per carpirla, in ambienti scuri, una città di mattoni sbocconcellati ancora forte, però, d’archi, camminamenti, scalinate e porte. Ci sono, nella capitale dell’impero di Valentiniano III e del generale Ezio, i marmi chiari venati di grigio, i tripodi, le gambe zoomorfe dei tavoli, le immense volte a cassettoni che citano la Basilica di Massenzio. E ci sono nobili anfratti in cui i cristiani, all’ombra della Croce, celebrano i loro riti, spezzano il pane e ne mangiano, pregano perché alla città e alla popolazione sia risparmiato il flagello.
L’eleganza e la pertinenza stilistica di Pier Luigi Pizzi sono note. Egli le dispiega qui creando alvei in bianco e nero nei quali il rosso, il viola, il bianco, il cuoio scuro dei costumi e degli accessori spiccano come ferite della e nella storia. Da una parte Roma, anche nei paludamenti di Ezio, mantiene il suo aplomb imperiale. Dall’altra, il colore che appartiene agli «uomini nuovi», Attila il terribile, la fiera aquileiese Odabella e l’innamorato di lei, Foresto. La luce colpisce di taglio colpisce l’impeto, la mestizia, la preghiera, sostenendo l’arcano della musica verdiana. Si fa clamorosa solo quando Papa Leone appare all’unno, indicando nell’Urbe la città degli dèì.
Il rispetto della partitura e delle sue atmosfere, che Muti proclama ed esige, non manca, nell’allestimento di Pizzi. La monumentalità delle strutture, che contempla due livelli, aiuta lo scontro tra un’aurea civiltà in declino e la brama montante degli stranieri, stemperata dall’azione profetica di Leone Magno. E il resto è potente semplicità, sia nei momenti a due personaggi, sia nelle scene che prevedono la presenza del coro, maschile o femminile. Si può forse ipotizzare l’intenzione, da parte del regista, di compattare sempre le masse corali per farne un ulteriore monumento, ennesima testimonianza della maestà di Roma.
Lo spettacolo ha un aspetto complessivamente rituale che la musica provvede ora ad infuocare, ora a spingere verso l’elegia, il confronto, la passione, il furore. Non dimentichiamo che uno dei motori del libretto, assieme al confronto Attila-Ezio, è proprio l’amore totale dal quale il barbaro viene preso nei confronti di Odabella. Che fa sua sposa e a cui consegna la propria spada, arma brandita dalla donna come mai sopito simbolo guerriero. Per sottolineare l’importanza della daga in questione, Pizzi chiede a Tatiana Serjan (Odabella) di non lasciarla mai, fino alla vendetta.