ROMA - Fra le tante scuole psicanalitiche fiorite dopo Freud e Jung, nemmeno i più eretici avevano pensato di prendere d’assalto l’inconscio a colpi di bombe. Lo fa, a modo suo,Christopher Nolan. Che pur praticando un cinema decisamente muscolare, dai tempi di Memento e poi di The Dark Knight (per non parlare di Inception) sembra avere una sola ossessione: espugnare la cittadella blindata del nostro Sé più profondo. Scoperchiare con qualsiasi mezzo le segrete e i cunicoli delle nostre menti contorte.
Insomma far saltare in aria, letteralmente, la superficie razionale delle nostre vite e delle nostre città, per portare alla luce ciò che brulica nelle tenebre. Violenza, distruzione, brama di potere e di vendetta. Il tutto tradotto nel linguaggio brutale del cinefumetto, che trasforma conflitti e pulsioni in creature mostruose, macchinazioni deliranti, guerre senza quartiere. Magari nutrite di allusioni all’attualità più sinistra, dalle guerre in Medio oriente alla crisi finanziaria.
Succede nel terzo episodio della saga di Batman (Il cavaliere oscuro - Il ritorno, in sala dal 29 dopo le anteprime a raffica di ieri), che riscatta un copione arzigogolato e zoppicante a suon di scene di distruzione iperspettacolari. Il cattivo del film, il roccioso, inedito Bane (formidabile l’attore Tom Hardy, geniale il doppiaggio di Filippo Timi), il volto semicancellato da una maschera-respiratore vagamente gladiatoria, un covo non a caso nascosto nelle fogne di Gotham City, ha infatti un programma preciso. Vuole far saltare in aria la città, poco a poco.
A partire da un campo da rugby che esploderà pezzo per pezzo, progressivamente, durante la partita, inghiottendo uno dopo l’altro i giocatori per rivelare alla folla terrorizzata nello stadio cosa si nasconde sotto il manto erboso e pettinato del campo.
Un’immagine-choc che è forse la più forte, la più densa del film, anche se Nolan preme sull’acceleratore degli effetti di distruzione ogni volta che può, in un parossismo ben orchestrato ma alla lunga meccanico. E incapace di mascherare del tutto le debolezze di un film che per ricapitolare l’intera saga sacrifica non poco i personaggi nuovi. A partire dai due migliori, il già citato Bane, con il suo mix di modi affettati e brutalità assoluta (per certi versi ricorda Ranxerox, il memorabile e profetico «coatto sintetico» inventato dalla matta di Stefano Tamburini). E l’inafferrabile, irresistibile Catwoman (Anne Hathaway, nata per la parte), da cui Bruce Wayne/Batman è inconfessabilmente attratto (e regolarmente messo nel sacco), pur preferendogli chissà perché l’insipida benefattrice Marion Cotillard.
Il tutto, visto anche il confuso programma neopopulista sbandierato dall’erculeo Bane, che appena preso il potere libera a suon di esplosivo gli ospiti di un carcere di massima sicurezza e allestisce grotteschi tribunali del popolo fra Pol Pot e Khomeini (con impiccagioni esemplari trasmesse in tv), sembra a tratti il rovescio, anche in senso politico, di V for Vendetta.
Ma l’insistenza, la magniloquenza, lo sfoggio di mezzi produttivi, soffoca ogni sottigliezza e condanna questo kolossal da 250 milioni di dollari a oscillare fra il ricatto a sua volta terroristico delle reiterate scene di distruzione, e le tirate verbose dei personaggi di contorno: il fido Michael Caine, il cerimonioso Morgan Freeman, il neoalleato Joseph Gordon Levitt, etc. Costretti a spiegare e illustrare la complessa, opprimente architettura della saga. Come spesso accade quando un’opera di fantasia coglie le venature più inquietanti della sua epoca, la creatura ha preso la mano al creatore.