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Società

I predatori dell'arte perduta:
due leoni alla corte del Getty

I leoni fotografati nel 1912 davanti a Palazzo Spaventa
di Fabio Isman

Per il Getty Museum di Malibu, in California, Preturo è una città dell’Asia Minore. Invece no: è una frazione a sei chilometri dall’Aquila, 800 abitanti, già vissuta in tempi remoti. Ne fa parte l’antica città sabina di Amiternum, di cui si vede l’anfiteatro di I secolo: diametro di 68 metri, seimila posti. Vicini, i resti del teatro forse per duemila anime, abbandonato nel IV secolo. Preturo non vanta grandi palazzi. Uno dei più significativi è in periferia: in via Cavalieri di Vittorio Veneto. Risale al Seicento, e ha il titolo degli Spaventa: due piani, nove finestre ognuno, una con un terrazzino sopra al bel portale marmoreo; anche uno stemma, con un leone rampante. «È quello degli Spaventa: Giovannangelo era direttore generale delle Poste nell’Ottocento, attorno al 1880 si estinguono - racconta lo storico Raffaele Colapietra - ma l’edificio era quello baronale dei Guizzi, che dominano la zona dal Cinque al Settecento».
Amiternum, spiega l’archeologa Mirella Marini Calvani, è il capoluogo dell’area da cui provengono dei singolari leoni funerari romani. Ce ne sono nei musei a Terni, Benevento, Parma e L’Aquila, a Villa d’Este a Tivoli e altrove; ma «la zona nord-sannita più d’ogni altra parte della penisola ha restituito questi leoni d’età repubblicana. Una ventina derivano dall’area di Amiternum; mezza dozzina dal Ternano; una decina da Monteleone Sabino.

LA SPARIZIONE

Ma due dei leoni di Amiternum sono spariti. Per un tempo assai lungo, stavano a Preturo: proprio davanti al portale di palazzo Spaventa. Due foto, scattate prima del 5 febbraio 1912 quando sono registrate in archivio, le mostra l’Istituto archeologico germanico di Roma. Che sia proprio quello il palazzo, non ci sono dubbi: lo ha verificato un maresciallo del Carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale. All’Aquila per soccorrere le popolazioni e le opere d’arte colpite dal terremoto, ha ritratto il portale, ancora esistente, con le ombre di un cancello di fronte: le medesime, esatte, delle foto al Germanico..
Chissà quando, questi due leoni sono spariti. Adesso, però, sono stati ritrovati. Ma molto lontano. Il Getty racconta, in un suo Bollettino, d’averli acquisiti nel 1958. Dice che per gli studiosi, provengono dall’Asia Minore: erano in una «collezione privata di Parigi». Adesso ammette che li vendeva Nikolas Koutoulakis. Faceva affari con un collezionista dei maggiori, ma anche di pezzi di frodo, George Ortiz e con Giacomo Medici, l’unico condannato, a otto anni di carcere. Per i carabinieri, Koutoulakis «negli Anni 70 ha inventato il mercato», s’intende clandestino. Ma come si vede, già prima. Non pare che esistano pratiche d’esportazione dall’Italia, da cui i leoni sono stati quindi contrabbandati: usciti di frodo. In un’altra immagine del 1988, un catalogo del Getty dedicato alle Sculture funerarie romane, uno dei leoni si sovrappone perfettamente ad un esemplare che è nelle foto del Germanico. Sono in marmo: lunghi un metro e 78 cm, alti oltre mezzo metro, fauci spalancate, forse del II a.C. Il museo ha appena annunciato che verificherà la provenienza di 45 mila suoi oggetti. Lo aiutiamo: ora sono due di meno.

LE ACQUISIZIONI

Il Getty è l’unico museo archeologico degli Stati Uniti: ha restituito all’Italia 39 pezzi nel 2007, e altri ancora in tempi diversi, tutti scavati di frodo e contrabbandati. Il petroliere Jean Paul Getty, morto nel 1976, ha collezionato dal 1938, e fondato il suo primo museo nel 1954. L’attuale, una villa simile a quella dei Papiri di Ercolano, è stato pensato nel 1968, ed esiste dal 1974: 1.200 oggetti esposti in 23 sale. Ma dal 1951, Getty non è più tornato negli Usa: viveva a Sutton Place, nel Surrey inglese, tenuta del ’500 con 25 pastori tedeschi. In quel periodo, rifiutò l’acquisto del bronzo dato a Lisippo e pescato a Fano nel 1964, senza un permesso dell’Italia: il museo lo compererà lo stesso, appena morirà. Era un tipo strano: nella villa di Palo Laziale, ora albergo di lusso vicino al Castello Odescalchi, teneva un grande cratere romano in granito, saccheggiato. «C’era pure «un leone in gabbia che ruggiva all’entrata, e vicino alle stanze degli ospiti, un telefono a gettoni: l’unico per le interurbane», ricorda lo studioso Alvar Gonzales Palacios.
Evidentemente, il vecchio Getty aveva approvato l’acquisto, almeno incauto, dei due leoni, che non sono esposti: sono in deposito. Non sarebbe il caso di restituirli? Se non per quanto la legge impone, almeno per dovere morale: Preturo è all’Aquila, non in Asia Minore.

Sabato 26 Gennaio 2013 - 10:56
Ultimo aggiornamento: -
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