Spelacchio diventa anche un libro, triste

di Mario Ajello
Però se semo divertiti”.
@Spelacchio

Di Spelacchio, a Roma resterà un libro, a cura del Comune. Riempito con i messaggini che la “ggente” ha scritto in questi mesi al povero defunto, ora in predicato di diventare casetta per mamme e bimbi, giocattolini per infanti e non ben specificata “opera artistica”. Naturalmente di arte povera. Il libro testimonierà l’affetto popolare che, da derelitti a derelitto, si è riversato su quel mostriciattolo lasciato morire a Piazza Venezia, racconterà come i romani si sono impietositi per quel pezzo di legno rachitico più simile a un salice piangente che a un robusto abete Trentino quale in teoria sarebbe dovuto essere ed era al momento di avventurarsi quaggiù dalla Val di Fiemme. Dunque, sarà un libro commovente. E proprio per questo sviante, storicamente sbagliato, controproducente dal punto di vista civico e civile. Perché annegherà nel sentimentalismo, nell’amarcord, nei pensierini nostalgici copiati dal disco dei Pink Floyd (“I wish you were here”), nel festival del «quant’eri brutto fuori ma quant’eri bello dentro» o del «c’hai lasciati soli ma la tua storia con noi è stata di amore vero» e insomma nell’illustrazione del gran cuore dei romani - soccorrevoli e solidali con chi soffre - la verità storica che è un’altra. Assai meno poetica, più importante, più urticante. Ossia che le istituzioni di questa città si sono rivelate inadatte anche a gestire la salute e il ruolo di un albero. E dunque Spelacchio è andato via, ma la cultura della spelacchiatura purtroppo resta. 

mario.ajello@ilmessaggero.it
Domenica 14 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 00:05

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