La tristezza di un «rimorchio» senza arte

di Mario Ajello
“Ah, finalmente un rimorchio originale”
@wheelchair00

Ce ne sono di rimorchi originali. Ma certamente non rientra in questa casistica la vicenda del palpeggiatore seriale del Cupolone. Ossia quel tizio - individuato e tra poco giustamente processato - che molestava le donne intente a inerpicarsi, magari in preda alla sindrome di Stendhal, sulle scalette che portano in cima al capolavoro di Michelangelo. Brutta storia. Che svilisce per di più, macchiandola di violenza, una nobile arte che si pratica nei luoghi d’arte. Quella del rimorchio culturale. La esercitano in tanti, più uomini che donne, e funziona così. 
Si va in un museo, e ci si atteggia a intellettualone. Sguardi pensosi alle opere e commenti ad alta voce sulle meraviglie artistiche circostanti, inframmezzati da sguardi seduttivi e da parole pseudo-culturali (del tipo: vedo in questo Caravaggio tutto il dolore e insieme la dissipazione del mondo) in direzione della turista adocchiata e da abbordare. Magari il tutto, possibilmente, senza uno smartphone tra le mani (che fa poco cultura). Campione di questa specialità, il rimorchio profondista, era il poeta Valentino Zeichen, un gentiluomo purtroppo scomparso da poco.
Se si fosse ispirato a lui, alla sua grazia di piccione, alla levità della sua tecnica seduttiva rispettosissima e spiritosa, il palpeggiatore del Vaticano non avrebbe palpeggiato e forse avrebbe rimorchiato. 

mario.ajello@ilmessaggero.it
Domenica 28 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 00:05

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