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Roma

Pantheon, il giallo del frontone più alto
l'errore degli architetti

Nella foto l'errore degli architetti antichi
di Fabio Isman

ROMA - C’è tanto da scoprire a Roma, che, spiegava l’archeologo Antonio Nibby (1792 - 1839), sostarvi tre giorni significa esservi passati, starci un mese vuol dire averla visitata, viverci per sempre rappresenta l’itinerario ideale. Forse, aveva ragione. Per esempio, quanti in piazza del Pantheon, oltre che al «più grandioso, più significativo e meglio conservato» dei monumenti romani antichi (lo diceva Armando Ravaglioli), dedicano un’occhiata ai muri degli edifici, o alla sua sommità?

Ci sono almeno tre lapidi, che definire eloquenti è poco; e spesso, queste piccole tavole in marmo raccontano incisa la storia di una città: solo nel Centro storico, se ne contano oltre novecento. In piazza, si vede poi il segno perfino d’un clamoroso errore degli architetti antichi. Una lapide è dei papi, invece le altre, successive all’Unità; la prima è proprio di fronte al tempio, e le altre, girando le spalle alla cupola che per 1.700 anni è stata la più grande del mondo (diametro 43 metri e mezzo, uno più di San Pietro), in piazza sulla destra. Infine, il dettaglio che rivela l’errore è proprio sopra il pronao dell’edificio dell’anno 27 avanti Cristo (che noi vediamo ricostruito da Adriano), dietro al timpano triangolare.

TAVOLINI
La prima lapide è di Pio VII, il cesenate papa Chiaramonti: nel 1823, ordinava di abbattere le «ignobili taverne», che «occupavano» l’area davanti al monumento; così, indica la dicitura, «vendicava la deformità» inflitta al sito. E mostrava quanto, già in antico, si badasse al luogo e alla sua integrità, alla sua monumentalità. Allora, non si potrebbe pensare a una lapide per chi, adesso, liberi quella piazza dai tavolini e dalle mille brutture, che non di meno la deformano?

GARIBALDI
Accanto, altre due lapidi successive. Ricordano i soggiorni del musicista Pietro Mascagni nel 1890, e Ludovico Ariosto in marzo e aprile 1513, in un albergo che si chiamava del Montone, e poi del Sole. Da qui tuttavia, pur se nessuna lapide lo indica (e sarebbe ancor più significativa), si affacciò anche Garibaldi, che indossava non già i panni del conquistatore, ma ormai quelli del senatore del Regno, dopo l’unificazione del nostro Paese. L’apparizione al balcone, suscitò un autentico tripudio della folla. Ma in cambio l’eroe dei due mondi disse: «O Romani, vi esorto a essere seri». Tuttavia, anche se le fonti non sono univoche, non parrebbe che egli preconizzasse, oltre 150 anni fa, i tempi e i guai moderni: ma soltanto che la gente lo invocasse come un re; lui se ne sarebbe schermito in questa maniera, assolutamente «tranchant».

FRONTONE
Dalla piazza, con qualche fatica per quanto è in alto ed anche nascosto dal frontone (alla cui base è la dicitura in cui se ne ricorda l’autore: Marco Vispanio Agrippa, genero dell’imperatore Augusto), si può anche apprezzare l’errore di un’epoca e di architetti antichi. Il Pantheon, dietro il pronao, mostra le tracce di un altro frontone, più elevato dell’attuale. L’archeologo Andrea Carandini ricorda: «Era il progetto originario; però, non furono trovate colonne sufficientemente alte; e quindi, la facciata del monumento fu ridotto di misura». Per questo, il tempio che ha «così poco sofferto, che ci appare come dovrebbero averlo visto alla loro epoca i Romani» (scrive Marie-Henri Beyle, detto Stendhal, nelle Passeggiate romane) è probabilmente il solo che vanti una tale eclatante singolarità.

«Il Pantheon è forse sul luogo dove i Romani credevano che Romolo fosse stato divinizzato», dice Paolo Carafa, docente alla Sapienza. Il mito ha due varianti: la morte in Senato, o la sparizione in Campo Marzio, quindi qui, durante una tempesta. Supportano la tesi di Carafa indizi intriganti: un bassorilievo e un racconto di Svetonio, che indicano e parlano proprio di questo tempio. Augusto, insomma, si fa divinizzare come il fondatore; e per questo costruisce una singolare «unità di luogo»: il tempio, con il progetto che poi deve essere variato. Nelle città è opportuno vagare con gli occhi in alto: si scoprono parecchi dettagli. Roma ne è piena; forse aveva proprio ragione Nibby: per un itinerario completo, serve una vita. O forse, nemmeno: un conoscitore come Silvio Negro ha infatti intitolato, nel 1962, un libro sulla città «Roma, non basta una vita».


Domenica 03 Marzo 2013 - 09:39
Ultimo aggiornamento: -
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