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Roma

La talpa della Procura di Roma,
ora spunta il narcotraffico

L'organizzazione voleva far sbarcare 110 chili di coca a Fiumicino

ROMA - Il gioco della talpa, passava anche dall’aeroporto di Fiumicino. Lo spiega con chiarezza l’ordinanza di custodia cautelare per traffico di stupefacenti che ha chiuso l’operazione con cui, due settimane fa, la procura di Roma ha fatto arrestare la «talpa» che lavorava nell’ufficio primi atti di piazzale Clodio. E che grazie a questo ruolo aveva accesso al registro degli indagati di tutte le indagini capitoline.

L’indagine sul carabiniere infedele coordinata dal pm Carlo Lasperanza era partita, alcuni mesi prima, da quella dedicata ad un traffico di droga che aveva come snodo fondamentale l’aeroporto di Fiumicino: 110 chili di cocaina da far atterrare su un aereo di linea proveniente da Santo Domingo. Anche in questo caso, un ruolo fondamentale dovevano averlo gli informatori. Un ruolo fondamentale nell’organizzazione criminale l’aveva Giuseppe Pinna, graduato delle Fiamme gialle. Pinna è un uomo disponibile, si lascia avvicinare da un ristoratore del litorale romano, Piero Paciucci, che lo nota per «un tenore di vita decisamente incompatibile con l’attività di sottoufficiale della Gdf».

Il capo dell’organizzazione è Roberto Pecci, già finito nei guai qualche anno fa sempre per un traffico di droga sul litorale e in rapporti «con un referente dei calabresi, soggetti, questi ultimi, effettivi dòmini della vicenda».

Per far funzionare l’operazione a Fiumicino, prevista per giugno, il gruppo avvicina un altro collega della Guardia di finanza, addetto al controllo della zona aeroportuale «affinché riferisse notizie riservate e sensibili sullo svolgimento dei controlli di polizia relativi a determinati voli ovvero sull’avvenuto scarico delle merci dal momento del loro arrivo sino all’ingresso nei magazzini». In particolare, Tolu avrebbe dovuto chiamare, «in un determinato giorno e a una determinata ora prestabilita, per comunicargli se in aeroporto avessero fermato e trattenuto, per controlli, qualche passeggero in arrivo».

Pagamento: 50mila euro a telefonata, per un totale di 200mila euro nell’arco di un mese. Tolu decide di non accettare e sporgere denuncia. Poi d’accordo coi suoi superiori, si mette addosso una microspia e accetta l’incontro con un collega, Massimo Santacroce, pure lui parte dell’organizzazione. E’ lui che gli spiega il meccanismo: «Ti diamo la scheda nuova, il cellulare nuovo, mi chiami al numero mio e dici tutto a posto ci andiamo a mangiare una pizza, oppure stasera non posso venire perché mia moglie ha la febbre, a posto, vuol dire che c’è stato qualche impiccio».

Altro dettaglio importante, nell’organizzazione che puntava a far passare 110 chili di cocaina tramite lo scalo merci della Capitale, è il coinvolgimento della destra romana. Il particolare emerge da una specie di «prova generale», che l’organizzazione ha fatto una prima volta, a marzo scorso nel porto di Genova.

Anche quella volta era andata male: «Il 3 marzo 2012, i Carabinieri del comando provinciale di Genova e del Nucleo operativo Sampierdarena traevano in arresto tre cittadini romani, Spigoni Nicola, Contena Manuele e Macchi di Cellere Emanuele, i quali erano sorpresi, presso il porto di Genova Sestri mentre di accingevano a trasportare verso Roma 165 chili di Cocaina». Il più famoso dei tre è Lele Macchi Di Cellere neofascista romano, noto per la vicinanza all’ordinovista Pierluigi Concutelli. Il suo arresto a marzo aveva fatto notizia. Solo ora si capisce però che l’operazione avviata a Genova era il primo passaggio di una operazione più ampia.

Domenica 29 Luglio 2012 - 11:46
Ultimo aggiornamento: -
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