Vaticano, aperta indagine sul caso del vice direttore dello Ior silurato dal Papa

di Franca Giansoldati
Città del Vaticano Anche per Giulio Mattietti, ex numero due dello Ior, la sentenza utilizzata per metterlo brutalmente alla porta è la stessa che da quattro anni in qua si sono sentiti ripetere almeno una decina di collaboratori, funzionari, impiegati persino vescovi e cardinali. «E’ venuta meno la fiducia del Santo Padre». Il che in Vaticano equivale a una sentenza di morte. Inappellabile. I motivi per i quali il dirigente della banca vaticana è stato messo alla porta sono tuttora incomprensibili, coperti da una fitta coltre e una atmosfera surreale. Silurato lunedì in modo inatteso, ad oggi non è stata fornita alcuna spiegazione: nemmeno ai colleghi, ai correntisti che hanno denaro depositato, agli altri dipendenti vaticani come se la banca non avesse mai aderito a Moneyval e gestisse solo fondi privati ma non il denaro della Chiesa, degli ordini religiosi, in aperta trasparenza e con interscambi continui con l’estero. All’interessato poi non è nemmeno dato modo di difendersi, spiegarsi, argomentare. Il verdetto di Papa Bergoglio, quando cala dall’alto, è una mannaia. Mattietti non ha così potuto rientrare nella sua stanza svuotare i cassetti in cui aveva riposto tanti oggetti personali. Vent’anni di lavoro sono tanti. Non gli è stato consentito accendere il computer, che poi era il punto chiave, il  più delicato, per impedire che potesse scaricare materiale e portarselo fuori – corrispondenza, prospetti, conti, movimentazione – per questo il presidente dello Ior, Jean Louis De Franssu e il direttore generale, Gianfranco Mammì, davanti alla richiesta dell’interessato sono stati inflessibili, mentre l’atmosfera si surriscaldava. E il Papa? Anche se si trovava in Myanmar era a conoscenza di tutto. Si racconta che avrebbe dovuto essere licenziato venerdì scorso, ma Mattietti si trovava in ferie, e così è stato concordato con i vertici della banca, i sei cardinali, la Segreteria di Stato e Santa Marta, di procedere al suo rientro, il lunedì successivo, cioè quattro giorni fa, confidando sul fatto che l’attenzione generale si fosse rivolta sulla visita in Asia, il dramma dei Rohinghya, i rapporti tra cristianesimo e buddismo.

Tuttavia per come sono andate le cose era davvero difficile che potesse passare inosservato il trasferimento «quasi di peso»  del banchiere all’esterno del Vaticano, sotto scorta da due gendarmi.  Fino a quel momento Mattietti era stato omaggiato da tutti non appena varcava Porta Sant’Anna. Il materiale che si trova nel computer sarà oggetto di una verifica a tutto campo. Il Vaticano ha avviato un procedimento interno che punta ad ottenere un quadro preciso di tutte le operazioni bancarie autorizzate dall’ex direttore generale aggiunto che venne promosso sul campo proprio da Bergoglio nel 2015, per la sua competenza. Gli inquirenti avranno per le mani un archivio sterminato e senza alcun filtro come può essere quello di un funzionario che per 17 anni ha lavorato inizialmente come capo del reparto informatico dell’istituto bancario. Resta misterioso il movente. Mattietti continua ad essere descritto all’interno del piccolo Stato pontificio come una persona competente e seria. Qualcuno azzarda che da quelle carte si potrebbe comporre il puzzle dei piccoli favori, delle bustarelle per aprire conti correnti. Chissà. A questo si aggiunge che il caso sembra sia scoppiato per il puntiglio di un cardinale straniero che si sarebbe andato a lamentare direttamente con il Papa. Intanto la dinamica del licenziamento ricorda tanto quella del Revisore dei Conti, Libero Milone, anch’egli messo alla porta sotto minaccia, stavolta dei gendarmi. «E’ venuta a mancare la fiducia del Santo Padre».  
 
Gioved├Č 30 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 01-12-2017 12:29

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