Papa Bergoglio in Myanmar dove la Cina ha grandi interessi economici e strategici

di Franca Giansoldati
Città del Vaticano - Non si prospetta un viaggio facile quello di Papa Francesco in Myanmar, la sua terza missione nel continente asiatico, ai confini con la Cina, dove il gigante asiatico ha forti interessi strategici. All'Angelus di ieri Bergoglio aveva chiesto ai fedeli che lo ascoltavano in piazza san Pietro, sotto il grande albero di Natale, delle preghiere speciali. «Vi chiedo di accompagnarmi spiritualmente perché la mia presenza sia per quelle popolazioni un segno di vicinanza e di speranza». Di preghiere ne avrà certamente bisogno, visto che si tratta di una missione costellata di insidie diplomatiche e tensioni, queste ultime aggravate anche da alcune imprudenze papali, come i recenti appelli sul genocidio dei Rohingya, il popolo senza patria, minoranza musulmana perseguitata dal governo militare, attualmente rifugiata nel vicino Bangladesh. I vescovi del Myanmar e il cardinale Charles Maung Bo si erano trovati spiazzati tra l'incudine e il martello e hanno dovuto mediare. Il fatto è che la parola Rohingya per il governo è una provocazione, meglio usare l'espressione di «minoranza musulmana del Rakhine» ha spiegato il primo cardinale birmano che ha fatto di tutto per fare inserire un incontro tra il Papa e il capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing, responsabile delle azioni militari contro le popolazioni perseguitate. Bo ha anche fatto inserire nell'agenda del Papa un colloquio i rappresentanti delle minoranze religiose, tra cui i Karen, cristiani, anch'essi perseguitati ma sui quali Papa Bergoglio finora ha evitato di soffermarsi. Papa Bergoglio incontrerà i profughi Rohingya solo in Bangladesh, ma non in Myanmar.

Ad analizzare la portata di questa missione è la senatrice del Pd, Albertina Soliani che essendo amica di Aung San Su Kii dai tempi della sua prigionia, è in questi giorni ospite del Premio Nobel durante la visita di Papa Bergoglio. «C'è una storia di grande amicizia tra l'Emilia e la Birmania grazie ad un medico reggiano, ora scomparso, e a una ong di Reggio Emilia che ha fatto negli anni passati un lavoro straordinario». La Soliani difende Aung San Su Kii sulla vicenda dei Roghingya. «Aung in questo momento sta facendo tutto ciò che può fare, tenendo presente che si tratta di una democrazia fragile, controllata ancora dai militari che hanno ancora i ruoli chiave. Si deve però a questa donna coraggiosa l'avere portato all'Onu la vicenda, è lei che ha affidato a Kofi Annan l'incarico di presiedere la commissione di indagine e redigere il rapporto sul Rakhine che è stato reso noto a maggio. Ad agosto nello stato del Rakhine, dove si trovano i Rohingya ci sono stati assalti da parte di terroristi infiltrati dall'Isis. Purtroppo i terroristi stanno usando la questione dei Rohingya strumentalmente. Il quadro è delicatissimo».

Albertina Soliani racconta al Messaggero che circa quattro settimane fa Aung ha compiuto una missione nel Rakhine per mettere insieme un progetto economico capace di creare lavoro, fare tornare i profughi e, nello stesso tempo, impedire le infiltrazioni terroristiche. «Indebolire questo simbolo è fin troppo facile, basta accusarla di non fare abbastanza per la questione delle minoranze perseguitate e invece non è così».

Cosa si nasconde dietro a tante attenzioni diplomatiche verso lo Stato di Rakhine?  «La vera questione è che in molti hanno messo gli occhi sul Rakhine ricchissimo di risorse, ma soprattutto una zona strategica: in quel territorio transitano gli oleodotti della Cina per il Golfo del Bengala» E il viaggio del Papa che impatto avrà? Certamente porterà la sua grandissima umanità. Strano però che che non abbia ancora parlato dei problemi dei cristiani, come la minoranza Kachin. Per Papa Francesco si tratta di un viaggio importante, sa che in Asia si gioca il futuro del mondo. Arrivare in Myanmar significa essere molto vicini alla Cina».
Luned├Č 27 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 23:04

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