Governo, Pd diviso: domani la direzione
D’Alema: adesso tocca a Bersani

Pier Luigi Bersani
di Nino Bertoloni Meli
ROMA - E alla fine nel Pd arrivò la mediazione. Pier Luigi Bersani otterrà il via libera a chiedere di avere per sé l’incarico di formare un governo, o almeno a tentarci, a provarci. Andrà da Giorgio Napolitano con il viatico della direzione in tasca, purché però, e questa è l’altra faccia della mediazione, non pronunci neanche per sbaglio la parola «elezioni», men che meno accompagnata dall’aggettivo «anticipate». Se così andranno le cose, e a questo le diplomazie delle varie componenti hanno lavorato, a quel punto il leader del Pd potrà chiudere la riunione di domani con una estesa unanimità e potrà tentare la sua estrema carta contando sull’appoggio, più o meno convinto, di tutto il partito.

LA STRATEGIA
E’ stato Massimo D’Alema a spiegare chiaramente come si sono messe le cose all’interno del Pd e ad annunciare l’accordo: «Ha ragione Bersani, il Pd è la prima forza del Paese e ha la maggioranza assoluta alla Camera, nessuna soluzione può prescindere dal Pd». Tocca insomma al leader democrat come rappresentante della forza che ha il più consistente numero di seggi in Parlamento, «e Grillo si assuma le sue responsabilità». Quanto al segretario, si mostra convinto e determinato, la partita vuole giocarsela tutta e «alla luce del sole», come ama ripetere. «A noi spetta la prima mossa», ha avvertito, bocciando sul nascere quella strana proposta avanzata da qualche parte di sostenere un governo a guida Cinque Stelle. «Il Paese ha esigenze e problemi serissimi, non tollera balletti di diplomazia politica».

LE CORRENTI
Sulla linea del “provaci ancora, Pier Luigi” si ritrovano un po’ tutti, dai veltroniani agli ex popolari fino ai renziani. «Vuole un sì della direzione per l’incarico? Unanimità», sintetizza Walter Verini per i veltroniani. «Ma sia chiaro, niente richiesta di elezioni, è l’ultimo dei problemi che il Paese ha davanti», la tesi di Beppe Fioroni. E Paolo Gentiloni, renziano: «Giusto chiedere di avere l’incarico, impossibile però imporre alcunché, il nostro dovere anzi è di non creare problemi a Napolitano, piuttosto bisogna aiutarlo». Se poi alla direzione, che dopo un po’ di tempo tornerà a essere aperta e seguibile su circuiti tv, qualche giovane turco dovesse riproporre la linea annunciata in alcune interviste e dichiarazioni del tipo «o Bersani o elezioni», allora il dibattito subirà quasi sicuramente una fiammata e l’unanimità potrebbe barcollare. Ma le premesse non sembrano queste.

Al Pd si sono convinti che serve tempo per assorbire il trauma della “vittoria non vittoria” che somiglia pericolosamente a una sconfitta, e per prendere le misure all’arrivo dei grillini in Parlamento. Organigrammi e ipotesi di incarichi decisi prima del voto, sono in parte saltati o sono da rivedere. Chi eleggere capigruppo, ad esempio? Le candidature in pectore di Andrea Orlando alla Camera e Luigi Zanda al Senato sarebbero saltate, a favore si dice, ma sono ancora solo voci, di Enrico Letta a Montecitorio e Maurizio Migliavacca a palazzo Madama.
Martedì 5 Marzo 2013, 09:24 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 00:00
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