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Barca: «Bis di Monti? Resterà il metodo»Barca: «Come ha detto lo stesso premier, questo Paese può esprimere un altro leader» |


ROMA - Il ministro della Coesione territoriale, Fabrizio Barca, beve un sorso d’aranciata nel suo studio con vista su palazzo Chigi e sillaba le parole alladomanda sull’ipotesi di un Monti-bis. «Mi pare che questo governo sia destinato a lasciare in eredità un metodo - sospira - Lo stesso premier ha detto che si meraviglierebbe se in un Paese come l’Italia non ci fosse un leader da eleggere». All’indomani dell’incontro tra governo e sindacati sulla produttività ha voglia di parlare delle cose da fare, da mettere in cantiere, anche se l’esecutivo - considerando le ferie natalizie - avrà ancora un centinaio di giorni di vita utile.
Ministro, l’agenda Monti continua ad essere piena di appunti e di scadenze ma davvero sarà utile anche dopo le elezioni?
«Molte cose che ha fatto questo esecutivo andavano semplicemente fatte. Ma qualunque sarà il risultato delle elezioni questa esperienza di governo lascerà una traccia».
Lei si presenta alle elezioni?
«No».
E’ noto che il suo cuore batte a sinistra. Andrà a votare alle primarie del Pd?
«Veramente non l’ho mai fatto».
Torniamo all’agenda Monti. Il governo, come lei stesso ha dichiarato, entra in una fase discendente. Quali sono a suo giudizio i provvedimenti irrinunciabili nelle prossime settimane?
«Le norme in linea con la riflessione sulla crescita che il governo ha fatto lo scorso 24 agosto».
Quindi?
«In cantiere ci sono alcune, poche, nuove norme. Innanzitutto il nuovo decreto sullo Sviluppo e quello sulla Sanità. Senza parlare della legge anticorruzione e della legge di bilancio».
E poi?
«C’è l’attuazione delle riforme già approvate. Non si tratta solo di varare il singolo decreto attuativo ma di assicurarsi che le azioni dell’amministrazione siano conseguenti e che i settori ai quali quei provvedimenti sono destinati reagiscano».
Non trova che il governo abbia sollevato il tema della produttività in modo un po’ confuso?
«Trovo invece che il governo abbia posto al centro del dibattito un tema importantissimo. La scarsa produttività, assieme all’esclusione da servizi essenziali di una quota troppo elevata di fasce della popolazione, è un problema gravissimo per l’Italia che sta perdendo terreno anche verso partner tradizionali come Germania e Francia».
Cosa intendete fare?
«Alcune cose sono state già fatte. La crescita è sempre stata la stella polare del governo anche quando ha dovuto adottare azioni che andavano nel senso opposto. Non a caso abbiamo riavviato interventi nel campo delle costruzioni che poi vogliono dire anche trasporti, bonifiche, ospedali. Ma desidero ricordare anche la freschezza e la modernità degli interventi del ministro Profumo per la ricerca e l’innovazione, fattori decisivi di produttività. Gli stimoli alla ricerca privata, che in Italia è debolissima, sono potenzialmente molto importanti».
Il governo ha chiesto sia agli imprenditori che ai sindacati di mettersi d’accordo tra loro per rilanciare la produttività perché l’esecutivo non può fare moltissimo. Ritiene che le parti sociali italiane abbiano idee e abbastanza filo da tesserle?
«A imprenditori e sindacati è stata chiesta una forte attenzione ai processi produttivi per migliorare l’efficienza e le condizioni di lavoro sia negli stabilimenti che nelle aziende che forniscono servizi».
Ma di meccanismi di produzione che possono liberare valore in Italia si parla pochissimo. Sono relativamente poco diffusi i sistemi giapponesi che hanno rivoluzionato il modo di produrre con la cosiddetta lean economy, l’economia snella, e il toyotismo che - tra l’altro - ruota intorno ad una forte partecipazione del lavoratore al processo produttivo.
«Un’analisi vera solo in parte. Anni fa, prima della diffusione del toyotismo, l’economista americano Charles Sabel ci spiegò un aspetto positivo del sistema italiano: la specializzazione flessibile. Sabel analizzò i rapporti di lavoro fra imprenditore e lavoratore nelle piccole imprese indipendenti scoprendo quanto fossero innovativi, flessibili e produttivi. Più tardi però noi italiani abbiamo confuso flessibilità con licenziabilità».
Ma allora come mai per aumento di produttività siamo all’ultimo posto in Europa?
«Non abbiamo aggiornato il modello italiano. Eppure, come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera, oggi è la vivacità sui territori che offre nuove esperienze di processo con molte innovazioni in alcuni settori come, per esempio, nei servizi per il welfare. Lungo le filiere produttive vedo molto dinamismo».
Soltanto 24 ore dopo il vertice sulla produttività avete avuto un nuovo incontro con le parti sociali dedicato al Sud. Come mai?
«Innanzitutto tengo a dire che il governo alle parti sociali non ha presentato alcun piano. Reagendo a un documento di Confindustria e di Cgil, Cisl e Uil con molte idee abbiamo presentato ipotesi di intervento che si potranno realizzare se le Regioni saranno d’accordo».
 Giovedì 13 Settembre 2012 - 17:13 Ultimo aggiornamento: -
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