Migranti, scontri al confine tra Grecia e Macedonia: sfondata la barriera, 30 feriti tra bambini

di David Carretta
BRUXELLES - La Commissione domani lancerà un piano d'emergenza da 700 milioni per la Grecia, nel momento in cui sale la tensione al confine con la Macedonia e gli Stati membri dell'Unione europea continuano a scontrarsi sulla risposta comune per affrontare la crisi dei rifugiati. Almeno 300 iracheni e siriani, tra cui donne e bambini, ieri hanno cercato di sfondare la barriera che separa la Grecia dalla Macedonia al valico di Idomeni, spingendo la polizia macedone a rispondere con gas lacrimogeni per impedire ai migranti di entrare nel loro territorio. Secondo “Medici senza frontiere” almeno 22 rifugiati, anche bambini, sono stati costretti a ricorrere a cure mediche. 

Più di 7 mila persone sono intrappolate a Indomeni - un numero quattro volte superiore alle capacità dei due campi di accoglienza locali - da quando la Macedonia ha sostanzialmente bloccato il transito verso il suo territorio, a seguito della decisione dell'Austria e di altri paesi sulla rotta dei Balcani di porre un tetto agli ingressi. Ieri solo trecento siriani e iracheni hanno potuto attraversare la frontiera greco-macedone. Ma nonostante gli appelli di Germania e Italia a non isolare la Grecia, l'Austria e gli altri paesi dei Balcani non intendono riaprire i confini ai migranti.
Il governo austriaco «non prende lezioni da nessuno», ha detto il ministro dell'Interno, Johanna Mikl-Leitner, rispondendo alle critiche della cancelliera tedesca, Angela Merkel, sul tetto agli ingressi dei richiedenti asilo e la politica di isolamento della Grecia. Il ministro della Difesa austriaco, Hans Peter Doskozil, ha provocatoriamente chiesto a Merkel di «portare direttamente in Germania i migranti che arrivano in Grecia». Ma Berlino insiste sulla necessità di tenere i confini aperti. «L'Europa non può risolvere i suoi problemi a scapito di uno Stato membro», ha detto il ministro degli Esteri tedesco, Frank Walter Steinmeier: «Dobbiamo unire le forze e lavorare assieme ad una soluzione europea».
L'ULTIMA POSSIBILITÀ
In realtà, le prospettive di un accordo entro il Consiglio europeo del 7 marzo, considerato da molti l'ultima possibilità per salvare Schengen, sono più lontane che mai. Preparandosi al peggio, domani la Commissione svelerà un piano per far fronte all'emergenza umanitaria in Grecia, dove potrebbero ammassarsi oltre 70 mila migranti di qui alla fine del mese. Il pacchetto, che secondo le indiscrezioni dovrebbe ammontare a 700 milioni di euro in tre anni, prevede per la prima volta nella storia della Ue di utilizzare i fondi europei per gli aiuti umanitari a beneficio di uno Stato membro.
Nel frattempo il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, inizierà oggi un tour diplomatico dei Balcani per convincere Austria, Slovenia, Croazia e Macedonia a ritornare nei ranghi. Il viaggio di Tusk si chiuderà giovedì ad Atene, dove Alexis Tsipras minaccia di mettere il veto su tutte le iniziative a livello europeo.
L'ORLO DEL PRECIPIZIO
«L'Europa è sull'orlo del precipizio. Mi auguro che non ci siano decisioni drastiche e irreversibili», ha detto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, al quotidiano tedesco Handeslblatt. Secondo Gentiloni, la situazione in Grecia «è la dimostrazione del fatto che le attuali regole europee dell'accordo di Dublino vanno aggiornate». Ma la proposta formale della Commissione su Dublino potrebbe subire ritardi. A metà marzo, l'esecutivo Ur presenterà solo una «serie di opzioni», spiega una fonte europea: «La grande questione è se si cambia tutto Dublino, oppure se si creano delle eccezioni al sistema attuale». Anche la Germania spinge per una riforma in profondità di Dublino, ma un accordo sarà difficile.
Nelle prossime settimane, la Commissione potrebbe comunque lanciare una serie di procedure di infrazione contro gli Stati membri che non accettano richiedenti asilo nell'ambito del programma di ricollocamenti. «Non aspetteremo due anni», avverte una fonte comunitaria. «Bruxelles non può convertirsi in una nuova versione dell'Unione sovietica, imponendo la sua volontà», ha risposto il premier ungherese, Viktor Orban.
Lunedì 29 Febbraio 2016 - Ultimo aggiornamento: 01-03-2016 14:39

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