L'ira del Cremlino: «Ora costretti a difenderci per limitare i rischi»

di Giuseppe D'Amato

MOSCA «Abbiamo ormai raggiunto il livello dell'insolenza». Questa la risposta del consigliere presidenziale per le questioni internazionali Jurij Ushakov, alla notizia di un prossimo attacco di hacker statunitensi contro le autorità federali. L'alto funzionario del Cremlino è irritato che nelle dichiarazioni provenienti da oltreoceano si faccia riferimento in particolare ad una persona, ossia al presidente Putin. «È evidente (che risponderemo, ndr) ha sottolineato Ushakov -. Soprattutto perché vengono nominate personalità concrete della dirigenza russa». Secondo il portavoce presidenziale federale le minacce procedenti da Washington contro Mosca sono senza precedenti. «Ci tocca ha ammonito Dmitrij Peskov assumere misure per difendere i nostri interessi ed, in qualche modo, limitare i rischi». Tutta questa imprevedibilità è pericolosa per l'intero mondo. Al Consiglio delle Federazione si invita l'Esecutivo a difendere i portali informativi del potere. «Ma lo facciamo già senza dover aspettare le indicazioni di Joe Biden», ha tentato di tranquillizzare il capo del comitato senatoriale di Difesa e Sicurezza, Viktor Ozerov, che evidenzia come gli Stati Uniti oramai abbiano lanciato una guerra informativa contro la Russia «su tutti i fronti».

Nei giorni scorsi il presidente Putin in persona aveva ammesso di «non saperne nulla» di questo conflitto informatico e che sono assolutamente «difficili da verificare» le tracce di questi attacchi. Il ministro degli Esteri, Serghej Lavrov, era stato più diretto, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcuna prova contro Mosca. «Se si vuole combattere contro la delinquenza cibernetica ha detto il capo della diplomazia federale bisogna farlo con professionalità e non con russofobia».

Il tema del contendere è la pubblicazione sui siti DCLeaks e WikiLeaks della corrispondenza dei politici americani ed anche l'attività del pirata informatico conosciuto come Guccifer 2.0, che si è preso la responsabilità di aver violato più volte il server del partito Democratico americano.

IL CASO SAN PIETROBURGO
Anni fa i Servizi di sicurezza statunitensi erano riusciti a localizzare il luogo da dove provenivano gli attacchi dei cinesi, che si interessavano alle loro centrali elettriche e a vari centri nevralgici. Sulla stampa d'oltreoceano era apparsa la fotografia dell'edificio in piena Shanghaj da dove operava un'unità specializzata di militari. Sui russi, invece, nulla. Perlomeno nulla è mai trapelato. Al massimo i mass media federali non allineati hanno denunciato e documentato l'esistenza a San Pietroburgo di una «fabbrica di troll». Circa 400 giovani, ben retribuiti e riuniti in una struttura periferica, hanno scritto sui social allo scoppio della crisi ucraina messaggi provocatori con l'obiettivo al contrario di esaltare la dirigenza del Paese.

Nel 2007 l'Estonia ha subito un pesante attacco hacker da Est tanto che ora nella capitale Tallinn ha sede un centro studio specializzato della Nato contro gli attacchi cibernetici. Per intere giornate, in quelle settimane, la Repubblica baltica rimase paralizzata.
Domenica 16 Ottobre 2016 - Ultimo aggiornamento: 09:33
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