Regeni, la moglie del rapinatore ucciso: borsone e passaporto arrivati solo 5 giorni fa

Ricostruire e approfondire l'iter che ha portato i documenti di Giulio Regeni nella disponibilità della persona presso la quale sono stati trovati. È quanto inquirenti e investigatori romani chiederanno alla polizia egiziana nell'incontro che si terrà a Roma il 5 aprile così come concordato in occasione della trasferta al Cairo del procuratore Giuseppe Pignatone e del sostituto Sergio Colaiocco.

I magistrati di piazzale Clodio, in particolare, vogliono scoprire da chi e attraverso quale canale i documenti del ricercatore universitario (passaporto, due tesserini universitari e il bancomat, mentre gli altri oggetti mostrati in televisione, a cominciare dallo zainetto con lo stemma dell'Italia, non sono considerati riconducibili a Giulio) sono arrivati nell'abitazione della parente di uno degli uomini indicato dagli egiziani come sequestratore. Chi indaga a Roma, inoltre, è sempre in attesa, come ricordato ieri dallo stesso Pignatone, della documentazione completa relativa agli accertamenti eseguiti al Cairo, considerato che il materiale finora consegnato risulta parziale.

Intanto la moglie e la sorella di Tarek Abdel Fatah, il capobanda dei rapinatori di stranieri individuati dal Cairo come responsabili della morte di Regeni, sono state arrestate per favoreggiamento ma hanno negato, nel corso dell'interrogatorio, che la gang abbia ucciso il ricercatore italiano. Lo riferiscono fonti dell'inchiesta citate dal sito del quotidiano Al Masry Al Youm che smentirebbero così le informazioni trapelate ieri dalla Procura generale secondo le quali le due avevano riferito che Regeni era stato ucciso per una rapina.

La moglie di Tarek - riferisce la stessa fonte - ha detto che il borsone rosso, con alcuni effetti personali di Regeni tra cui il passaporto «era arrivato» in possesso del marito solo «da cinque giorni» e lui aveva detto che apparteneva a un suo amico. La sorella dell'uomo, inoltre, avrebbe riferito che la borsa era stata portata a casa dal fratello «un giorno prima della sua morte», avvenuta giovedì scorso.

Per le due donne è scattato un arresto cautelare di 4 giorni, riferisce l'agenzia Mena. Stesso provvedimento per il cognato dell'uomo, ucciso dalle forze di sicurezza l'altro ieri al Cairo insieme ad altri quattro componenti della sua banda specializzata in sequestri di stranieri a scopo di rapina.

L'accusa per i tre è di connivenza e occultamento di refurtiva in quanto erano a conoscenza delle attività del capobanda, Tarek Abdel Fatah, precisa l'agenzia e il sito Al Masry Al Youm. La Procura di Shubra El-Khema, che per territorialità si occupa della banda, ha chiesto comunque di unire l'inchiesta con quella su Regeni, scrive il sito. Fra le altre indicazioni fornite da Al Masry Al Youm c'è quella secondo cui la moglie del capobanda ha attribuito a suo marito il possesso dei 15 grammi di hascisc che un comunicato del ministero dell'Interno aveva inserito - assieme a passaporto, carta di credito e badge universitari di Regeni - nell'elenco degli oggetti rinvenuti nell'appartamento della sorella di Tarek.

L'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, oggi ai microfoni di Radio 1 Rai, ha dichiarato lo sgomento dei genitori di Giulio e dell'Italia intera rispetto agli infamanti depistaggi che si susseguono in questi giorni. «La cosa che ci ha colpito di più - ha detto - è l'insulto, la mancanza di rispetto non solo nei confronti di Giulio ma di tutto il Paese, delle istituzioni, come se potessimo accontentarci di queste menzogne». 

E «David K.», l'italiano che compare nel comunicato del ministero dell'interno diffuso l'altro ieri tra le vittime della banda implicata nel possesso di documenti di Giulio Regeni, sarebbe stato costretto a ritirare da una banca i 10 mila dollari che gli sono stati "rapinati". È quanto emerge da dichiarazioni rese a una tv da Abu Bakr Abdel Kerim, l'assistente per le relazioni esterne e i media del ministro dell'Interno egiziano. «Hanno portato l'italiano a una banca dove ha ritirato diecimila dollari dai suoi conti per poi darli alla banda», ha detto in collegamento telefonico il portavoce come risulta da un video della trasmissione dell'emittente privata Cbc andata in onda ieri. «Gli accusati hanno detto all'italiano: hai rapporti con gruppi terroristi e persone sospette», ha sostenuto Kerim riferendo che l'italiano ha sporto denuncia alla polizia il 23 febbraio. I prelievi sono stati effettuati in una banca a Maadi, un distretto benestante nella parte sud-est del Cairo. Il portavoce ha riferito che, dopo essersi fatti consegnare il denaro, i malviventi lasciavano le vittime «per strada». Nel comunicato del ministero, il caso dei «10 mila dollari di David K., italiano» era stato inserito fra le nove «rapine» attribuite alla banda che operava alla periferia est del Cairo.

 
Sabato 26 Marzo 2016 - Ultimo aggiornamento: 27-03-2016 15:14

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