Ue, c'è l'accordo anti-Brexit. Cameron ottiene lo status speciale per Londra

David Cameron
Accordo fatto tra Londra e l'Unione europea. Dopo una maratona negoziale di 40 ore, David Cameron può cantare vittoria. «Ora potrò raccomandare di votare sì al referendum» di giugno, di cui annuncerà ufficialmente la data solo domani, dopo il consiglio dei ministri convocato per le 10. Dice che lo farà con «tutto il cuore e l'impegno», cercando di convincere gli elettori che è meglio riformare l'Unione europea da dentro e restare nel mercato interno piuttosto che uscirne e rinegoziare 27 accordi bilaterali. L'inquilino di Downing Street rivendica che grazie alla sua battaglia la Gran Bretagna avrà «uno statuto speciale», che «non farà mai parte del superstato europeo», né mai di «un esercito europeo».

E ancora, sostiene che il Regno Unito ha costretto l'Europa a «tagliare la burocrazia», anche se è esattamente uno dei punti del programma di Jean Claude Juncker. E assicura che Londra ha «riconquistato il controllo» sulle sue frontiere, riuscendo a bloccare gli abusi dei lavoratori europei che «sfruttano il nostro sistema di welfare». Quello che ottiene è di poter limitare l'accesso ai benefici (spalmato su quattro anni) per 7 anni fino al 2024.

Concettualmente è uno strappo per l'Europa, che non ha mai ammesso discriminazioni. Aveva però chiesto uno 'freno d'emergenzà di 13 anni. E a chi gli fa notare che ha avuto poco più della metà, replica che «nessuno pensava che sarei mai riuscito ad ottenere alcun limite». Cameron riesce a far passare anche l'indicizzazione degli assegni per i figli rimasti in patria dei lavoratori europei emigrati nel Regno Unito, che saranno pagati in base al reddito medio del paese di residenza. Deve ingoiare che nessuno dei benefici sarà retroattivo, e che l'indicizzazione piena scatterà solo dal 2020. In compenso il premier britannico martella sul recupero di sovranità, sul fatto che in una futura riscrittura del Trattato sarà esplicitamente scritto che il concetto di «unione sempre più stretta», su cui si fonda la costruzione europea sin dai Trattati di Roma del 1957, non si applicherà più alla Gran Bretagna.

Nel testo finale dell'accordo resta un grado di autonomia per banche, assicurazioni e istituzioni finanziarie della City dal 'single rulebook' europeo. Era il punto più delicato del negoziato, quello su cui Francois Hollande ha fatto da testa di ariete, col sostegno di Germania, Italia, Lussemburgo e Belgio. L'autonomia alla fine è ridimensionata dal ripetuto richiamo all'obbligo di rispettare «condizioni di parità nel mercato interno». E la City non sarà esente da dover rispettare anche eventualmente aumentati poteri delle authority europee di controllo, come Eba e Esma. «Credo sia un buon compromesso, il bicchiere è più pieno che vuoto, direi tre quarti pieno», commenta il premier Matteo Renzi, aggiungendo di non considerarlo «un pastrocchio».

«Qualche cultore - aggiunge - può pensare che sia un precedente, ma penso sia stato meglio fare chiarezza con il Regno Unito che andare avanti con un atteggiamento ondivago». Per il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, «oggi abbiamo inviato il segnale che siamo disposti a sacrificare parte dei nostri interessi per il bene comune». Per la presidente lituana, Dalia Grybauskaite, è stata tutta «una sceneggiata».

E l'accordo, che si autodistruggerà se al referendum vincerà il 'nò, da solo non basta a garantire la vittoria nel referendum-trappola ideato da Cameron per vincere le lezioni di maggio scorso battendo Labour ed euroscettici dell'Ukip. Proprio Nigel Farage, leader dell'Ukip, boccia l'accordo come «patetico»: «Andiamo via dall'Ue, è la nostra occasione d'oro», twitta in nottata. E anche i Tory sono pronti a dividersi. Non tutti seguiranno Cameron. Anche il ministro della Giustizia Michael Gove, un pezzo da novanta nel governo, farà campagna per il 'nò. Un brutto colpo. Che Cameron mostra di assorbire con disinvoltura: «Lo conosco da una vita. Mi dispiace, ma non mi sorprende». Da domani per il premier parte un'altra sfida, quella che porta al referendum. E la strada si annuncia in salita: i sondaggi danno i fautori della Brexit in vantaggio di due punti.
Sabato 20 Febbraio 2016 - Ultimo aggiornamento: 13:37

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