Spagnolo condannato a morte a Bangkok, uccise e fece a pezzi un connazionale

di Mauro Evangelisti
Uno spagnolo di 38 anni è stato condannato a morte a Bangkok per avere ucciso e squartato un connazionale per derubarlo. Secondo il giudice, dopo avere chiuso i pezzi del cadavere in sei borse, le ha gettate nel fiume. La sentenza è stata emessa dal tribunale penale della capitale thailandese e ora solo una improbabile concessione della grazia da parte del re potrà salvare Artur Segarra, originario della Catalogna, che continua a rivendicare la sua innocenza, sostenendo di essere stato vittima di una trappola orchestrata dalla fidanzata thai. E' l'epilogo di una storia che sembra la trama di un noir asiatico dai toni forti.

Tutto comincia il 30 gennaio del 2016 quando dal fiume simbolo di Bangkok, il Chao Phraya, emergono dei borsoni con pezzi di cadavere. La polizia indaga e scopre che si tratta dei resti di un consulente spagnolo, David Bernat, 39 anni, la cui scomparsa in Thailandia era stata denunciata dagli amici. L'inchiesta porta ad Artur Segarra, un passato di piccole e grandi truffe a Barcellona, trasferitosi a Bangkok in cerca di una vita nuova lontano dalla polizia catalana.

Secondo la polizia, il 19 gennaio Segarra esce con Bernat, lo sequestra e lo chiude nel suo appartamento. Lo costringe trasferirgli il denaro che Bernat ha in un conto a Singapore, 40mila dollari. Poi lo uccide, lo taglia a pezzi che mette in sei borsoni. Li getta nel fiume. Nell'appartamento di Segarra la polizia trova tracce di sangue e anche la sua fidanzata testimonia contro di lui. Qualche ora prima di essere catturato, però, Segarra fugge in Cambogia, fino a Sihanoukville, dove è certo di essere al sicuro, lontano dalle autorità thai. Ma per sua sfortuna del caso parlano anche i media spagnoli e alcuni suoi connazionali, in vacanza proprio a Sihanoukville, vedono la foto sui siti di news e lo riconoscono in un ristorante sulla spiaggia. Lo denunciano alla polizia locale che lo arresta. Prima di essere trasferito a Bangkok per essere processato, in Cambogia Artur Segarra rilascia una intervista a un giornalista e scrittore spagnolo, Joaquin Campos, a cui dichiara: «Io non ho ucciso nessuno, mi hanno teso una trappola. E in Thailandia mi uccideranno come hanno ucciso David». Al giornalista che gli ricorda che i soldi della vittima sono stati trasferiti sul suo conto risponde: «Quella è un'altra storia. E se la mia fidanzata ha testimoniato contro di me, è perché l'avranno obbligata a firmare una dichiarazione».

Ultimo atto, il processo, dove sono sfilano 40 testimoni, Segarra insiste: «Mi hanno teso una trappola, io non ho ucciso David e neppure l'ho sequestrato». Di fronte ai giudici si presenta con una scritta nella mano: Luca 23:34, vale a dire la citazione di un passaggio della Bibbia: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno».
Venerdì 21 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 22-04-2017 14:17

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COMMENTA LA NOTIZIA
4 di 4 commenti presenti
2017-04-22 13:06:24
un buon cattolico
2017-04-22 12:29:32
Chi commette reati in quei Paesi non può pretendere le stesse garanzie che avrebbe in Europa. La feccia del mondo viene in Europa per delinquere evidentemente non c'è reciprocità sul tema giustizia. Ma ritengo che siamo noi europei a sbagliare assegnando tutte le tutele e garanzie al delinquente straniero.
2017-04-22 11:02:29
Invece da Noi cosa devono fare per essere condannati a morte? Neanche se ammazzano 100 persone comtemporaneamente!
2017-04-21 18:46:05
Se ne fosse stato vicino vicino alla polizia catalana ! Ma nessuno gli aveva parlato dell'Italia ?
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