Dj Fabo, poche ore al verdetto per Cappato: «Ho fatto il mio dovere»

di Claudia Guasco
MILANO Poche ore al verdetto. «Sono sereno perché sono consapevole di aver fatto tutto quello che era nelle mie facoltà. Ho fatto il mio dovere e sono determinato, qualunque sia l’esito del processo. Andrò avanti in ogni caso», afferma Marco Cappato. L’esponente dei Radicali, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è imputato per aiuto al suicidio: il 27 febbraio di un anno fa ha accompagnato in una clinica vicino a Zurigo Fabiano Antoniani, da tre anni cieco e tetraplegico, che ha scelto la strada del suicidio assistito.
SCONFITTO DALLA MORTE
Fino all’ultimo, ha ripetuto nella sua deposizione in aula, Cappato era pronto a caricare dj Fabo in macchina e a tornare a Milano: «Se vuoi ti riporto indietro, gli dicevo. Ma la sua volontà era fortissima». La compagna Valeria Imbrogno racconta del suo «sciopero della fame e della parola quando ha capito che stavano tergiversando sulle procedure per la clinica», la madre Carmen Carollo ricorda la sua caparbietà: «”Mamma, io voglio andare in Svizzera, voglio morire, lo devi accettare”. Parlava solo della Svizzera, era un incubo». Disperato, arriva a implorare un operatore sanitario che lo assiste: «Fai finta di aver lavorato male e fammi morire». E confida a Cappato: «Se non riesco a morire chiamerò un sicario. Mi sento sconfitto dalla signora morte, è un match che non riesco a vincere». Alla fine ha raggiunto Zurigo e a guidare la macchina era proprio l’esponente radicale. «Io spero che i giudici possano stabilire che la condanna con sanzioni pesanti dell’aiuto alla morte volontaria, senza nemmeno fare distinzioni se la persona è malata in maniera irreversibile e sottoposta ad accanimento terapeutico, è una violazione dei principi di libertà fondamentali», dice. «Oppure spero che il discorso venga rinviato davanti alla Corte Costituzionale: sarebbe una soluzione per rivedere finalmente una legge fatta durante il fascismo che non fa distinzioni per quanto riguarda la morte volontaria, a prescindere dalle condizioni della persona».
DIRITTO AL SUICIDIO
 Tre i possibili verdetti: una sentenza di assoluzione, come ha chiesto la stessa Procura al termine della requisitoria del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e della pm Sara Arduini, una condanna o la trasmissione degli atti alla Consulta per valutare la legittimità costituzionale del reato contestato. Fabiano Antoniani, 40 anni, cieco e paralizzato dopo un incidente stradale, secondo i pm aveva diritto a scegliere una morte dignitosa e se avesse potuto «muoversi liberamente per trenta secondi» avrebbe messo fine alle sue sofferenze da solo. Cappato, che si autodenunciò il giorno dopo la morte di dj Fabo dando il via all’indagine, lo aiutò, accompagnandolo in macchina in Svizzera, nell’esercizio di quel «diritto alla dignità della morte» che non è un «diritto al suicidio». Per il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni i magistrati avevano già chiesto l’archiviazione, ma è stato il gip Luigi Gargiulo a disporre l’imputazione coatta spiegando che Cappato avrebbe «rafforzato» il proposito di suicidio di Antoniani. «Piuttosto che essere assolto per un aiuto giudicato irrilevante, mentre è stato determinante, preferirei essere condannato», ha affermato Cappato davanti ai giudici.
Marted├Č 13 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 14-02-2018 13:10

© RIPRODUZIONE RISERVATA

COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti
QUICKMAP