Paolo Nespoli: «Cari terrestri, mi siete mancati», giovedì il rientro dell'astronauta dei record Il video per Il Messaggero

Paolo Naspoli (Foto Agenzia spaziale europea)
di Carla Massi e Paolo Ricci Bitti



«Ci vediamo a Roma, tutto pronto per il ritorno sulla Terra. Sì, sono in forma: i 60 anni non li ho sentiti. E, be’, voi terrestri un po’ mi siete mancati». Ancora 48 tramonti e 48 albe, insomma appena 3 giorni sulla stazione spaziale che sfreccia in orbita a 28.800 kmh, e per l'astronauta Paolo Nespoli sarà il momento di “mettere in moto la 500 e di scontrarsi contro un tir”. Così il veterano dello spazio definisce le sensazioni che si provano al rientro al suolo sulla navicella Soyuz che incandescente “picchia” da 400 km di altezza verso la steppa del Kazakhstan. Dopo 132 giorni la missione Vita dell’Agenzia spaziale italiana è agli sgoccioli – l’atterraggio giovedì alle 9.38 – e l’astronauta dell’Agenzia spaziale europea racconta del suo terzo viaggio verso le stelle in cui, scienziato e cavia al tempo stesso, ha effettuato decine di esperimenti in particolare sul tema della salute: «Viaggiamo nello spazio puntando alla Luna e a Marte – ricorda – ma ricavando di continuo indicazioni su come vivere meglio sulla Terra, su come curare sindromi sempre più diffuse come l’osteoporosi e le cardiopatie».

Dopo oltre 5 mesi in orbita si è abituato all’assenza di gravità? 
«Penso che il fisico non si abitui mai completamente. Impariamo a tollerare questa situazione, ma restano gli effetti deleteri come, per esempio, una maggior pressione nella scatola cranica, cosa che produce problemi agli occhi. D’altronde come specie ci siamo evoluti sulla terra e siamo mal equipaggiati per vivere in ambienti drasticamente diversi.Serviranno molte generazioni per far diventare “normale” un ambiente senza forza di gravità».

Ha sperimentato il biosensore messo a punto dell’università di Bologna per verificare in tempo reale le sue condizioni attraverso la saliva? 
«InSitu è fra gli 11 test scientifici e tecnologici sponsorizzati dall’Asi in questa missione: è un apparato elettronico relativamente semplice in grado di rilevare e quantificare alcuni composti chimici nella saliva. Si possono così condurre analisi mediche complesse in ambienti dove non ci sono strutture sanitarie. Con questi dati sarà poi possibile contattare in remoto gli specialisti medici per la diagnosi e la cura».

Quali sono gli organi più influenzati dalle condizioni di microgravità? Quali effetti su articolazioni e ossa? 
«Sono effetti molto pronunciati sull’apparato muscolare e scheletrico che si manifestano velocemente già dai primi giorni in orbita. Si perdono 2-3 litri di liquidi, i muscoli si afflosciano e lo scheletro non solo non si rigenera normalmente ma addirittura comincia un processo di smantellamento (d’altronde non c’è bisogno di scheletro in assenza di gravità!). Per controbattere questi effetti facciamo 2 ore di esercizio fisico al giorno: un’ora di esercizio cardivascolare alla cyclette o tapis-roulant, e un’ora con una macchina speciale che ci permette di fare “sollevamento pesi”. Ma queste sono solo alcuni degli organi colpiti. Siamo ancora all’inizio del lungo cammino che dovremo fare per riuscire a capire appieno quali siano gli effetti della microgravità sul corpo umano».

Anche il suo peso è monitorato? Mettete in relazione peso e consistenza delle ossa? 
«Certamente: abbiamo a bordo un bilancia speciale che funziona in assenza di gravità. A terra, prima di partire, facciamo degli esami dettagliati su ossa e muscolare. Ripetiamo gli stessi esami al ritorno. Finora si è visto che chi perde peso in orbita perde massa muscolare e massa scheletrica».

Quali sono le contromisure per la perdita di massa ossea e muscolare? 
«Registriamo tutto il cibo e liquidi che assumiamo. E da terra dietologi analizzano ciò che pazientemente registriamo per stabilire i nutrimenti e suggerirci una dieta bilanciata e utile a garantirci tutti i componenti necessari per un corretto funzionamento del corpo. Facciamo poi esercizio fisico per sollecitare sia i muscoli che lo scheletro».

Lei sogna durante il riposo? Ricorda i sogni? Li trascrive? 
«Trovo che qui la qualità del sonno sia migliore. Dormo profondamente, sogno nello stesso modo che sulla Terra. Ma mi sento più riposato al mattino. No, non trascrivo i sogni, non ho questa abitudine». 

Come mai il corpo riesce ad adattarsi abbastanza velocemente quando è in orbita mentre quando tornate serve più tempo per la ripresa? 
«Penso sia una cosa abbastanza soggettiva. Personalmente mi adatto velocemente all’arrivo in orbita mentre i miei sintomi al rientro sono decisamente più forti di quelli della maggior parte degli altri. Ma non si può dire che questa sia la norma in quanto ci sono stati astronauti che hanno sofferto più di me. Occorreranno ancora studi per capire i fattori che influenzano questo fenomeno».

Quali sono gli effetti della microgravità sull’apparato digerente? 
«Personalmente non percepisco alcuna differenza, nel senso che tutto sembra funzionare senza problemi. Anche quest’area, però, è oggetto di investigazioni scientifiche. Per esempio, uno degli esperimenti che sto conducendo riguarda uno studio dettagliato della flora intestinale e uno studio sull’influenza e l’efficacia dei di probiotici nella dieta».

Il momento più emozionante di questa missione? 
«Difficile dirlo. Sicuramente il lancio e il rientro sono momenti molto impegnativi in quanto estremamente dinamici, colmi di sollecitazioni fisiche e psicologiche. Sono anche i momenti a più alta tensione dal punto di vista operativo, con possibili malfunzionamenti dalle conseguenze catastrofiche sempre in agguato. Questo contrasta con il senso di pace che c’è sulla stazione dove si fluttua nell’aria più leggeri di una piuma. È sicuramente emozionante vedere la terra dalla cupola. La prima volta, ma anche tutte le volte seguenti: non ci si stanca mai di meravigliarsi della bellezza della Terra e c’è sempre qualcosa da scoprire!».
 
 Che cosa  manca di più della Terra? E che cosa per nulla? 
«L’ambiente della stazione è un ambiente artificiale, costruito per farci vivere e lavorare. Tutto sommato è abbastanza comodo, ma sicuramente mancano sollecitazioni ai molti sensori del nostro corpo. Direi che l’ambiente qui è monotono e mancano sicuramente cambi di stagione, colori, luci, sapori, odori. Manca la possibilità di passare una serata in un bel posto con amici. Dall’altro canto tutto qui procede secondo programma. Il team dei pianificatori lavorano alacremente e ogni giorno mandano una pianificazione complessa, ma perfetta per la quale tu devi solo fare quello che ti dicono di fare nel momento stabilito. E non devi preoccuparti di pagare la bolletta della luce in quanto qualcun altro fa tutto questo per te». 

In questi mesi ha parlato con tantissimi ragazzi: che cosa l’ha colpita delle loro domande? Sente quasi tutti i giorni i suoi figli Sofia e Max, 8 e 4 anni, qual è stata la domanda più curiosa che le hanno rivolto? 
«È sempre piacevole parlare con i ragazzi, qualcuno che ha la loro età sbarcherà fra qualche anno su Marte. Le domande sono varie, molte pratiche, alcune tecniche e alcune per me complesse, come quelle che hanno a che fare con la nostra esistenza e quella di Dio.  In generale mi piace sentire la loro curiosità e la loro ingenuità, ingenuità che alla fine li porta a provare a fare, e a volte a riuscire a fare, cose che noi abbiamo deciso che non si possono fare. Tutte le volte che i miei figli mi vedono mi chiedono di fare una capriola e di volare come l’Uomo Ragno. Ma queste sono cose che piace fare anche a me!».

Come sono cambiate le condizioni di vita sulla ISS, compreso il cibo, rispetto alla missione precedente nel 2011? 
«Durante la mia missione precedente la stazione era ancora in fase di costruzione e buona parte del nostro tempo era dedicato ad attività tecniche per la gestione di questa fase delicata e importante. Dal 2012, a stazione completa, c’è stata una progressiva focalizzazione sull’utilizzo della stazione e oggi, circa il 60% del nostro tempo è dedicato all’utilizzo della stazione per esperimenti scientifici o attività tecnologiche. Oggi ognuno di noi ha una sua cuccetta delle dimensioni di una cabina telefonica, e sono state ben definite le aree per la pulizia personale e l’esercizio fisico. E’ stato anche aggiunto un modulo logistico, una specie di grande ripostiglio che facilità lo stoccaggio del materiale di manutenzione. Abbiamo un po’ più varietà nel cibo, con cibi forniti non solo dalla Nasa con gusto americano, ma cibi forniti dalle altre agenzie, inclusi cibi particolari portati a bordo specificatamente per l’astronauta: l’Agenzia spaziale italiana ha fatto volare per me lasagne, riso e cioccolato». 

Il rientro a Terra non è una passeggiata.
«Già: lo sgancio della stazione, l’accensione dei motori, l’interfaccia con l’atmosfera, l’apertura del paracadute, l’atterraggio morbido, sono tutti momenti tecnicamente molto impegnativi e anche momenti di grande sollecitazione fisica e psicologica. Poi occorrerà fare i conti con la forza di gravità che a me sembra una coperta di 300 chili che la Terra ti butta addosso al rientro per tenerti legata a sé e non farti volar via». 
 
Come si vede fra un anno? E tra dieci? 
«Sebbene alla fine di questa missione terminerà il mio contratto con l’Agenzia spaziale europea, mi piacerebbe sicuramente continuare a lavorare nel settore spaziale. Sicuramente continuerò nella mie attività pubbliche con presentazioni e conferenze in scuole e nelle piazze dei paesi. Sicuramente mi piacerebbe trovare il modo di mettere a disposizione della nostra comunità le esperienze vissute come ingegnere e astronauta. Ma il futuro è sempre difficile da predire: ecco perché si chiama futuro!».


IL RIENTRO SULLA SOYUZ
Paolo Nespoli, nato in Brianza e spinto a diventare astronauta da Oriana Fallaci, è il settimo astronauta italiano. È quello che ha trascorso più tempo nello spazio (giovedì saranno 313 giorni in 3 missioni). A 60 anni è anche il più anziano astronauta europeo. Il prossimo italiano in orbita sarà Luca Parmitano nel 2019. Poi toccherà a Samantha Cristoforetti. Nespoli, sposato con Alexandra e papà di Sofia e Max, 8 e 4 anni,  tornerà sulla Terra con una Soyuz: la capsula che arriverà arroventata a terra con tre astronauti a bordo. È poco più grande di una campana per il riciclo del vetro. Il progetto della Soyuz, unico taxi per la stazione spaziale dopo l’addio allo Shuttle Usa, sia pure ammodernato, risale a 50 anni fa. Un progetto ben ancorato al motto fordiano ma assai amato nell'allora Unione sovietica : “Tutto ciò che non c’è non si può rompere”, come si ha modo di notare e anche toccare con mano al museo del cosmodromo di Bajkonur. Un’affidabile essenzialità per imprese impressionanti: all’andata razzo e navicella sfrecciano in 9 minuti da zero a 28.800 kmh, mentre al ritorno la traiettoria di caduta non ammette errori: una frazione di grado di scarto e si brucia nell’atmosfera oppure si rimbalza su di essa finendo chissà dove nello spazio.



 
Lunedì 11 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 14-12-2017 03:07

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