Fabbrizi, un argento di rigore
Era al debutto olimpico ma ha sparato come un veterano

Massimo Fabbrizi
LONDRA – Si chiama Massimo Fabbrizi, con due b, ma potete chiamarlo Giorgione, vista la somiglianza con Chinaglia. E voi forse vi state chiedendo chi è mai questo Fabbrizi, che spunta dal nulla, si batte per l’oro della Fossa olimpica, e alla fine – al sesto tiro dello shootoff, che sono come i rigori nel calcio – si accascia, sfinito, sull’argento (17° medaglia azzurra della spedizione), dopo un duello all’ultimo piattello con un croato che si chiama Giovanni (istriano di passaporto italiano), e dal cognome complicato (Cernogoraz), che in casa parla un misto di veneto e triestino. Bene, a tutti voi ricordiamo di passaggio che il Carabiniere nato a San Benedetto del Tronto è stato due volte campione del mondo (l’ultima un anno fa) e una volta europeo. Insomma, per quelli dell’ambiente era uno da tenere d’occhio, però anche lui un po’ si stupisce: «Arrivare a medaglia alla mia prima Olimpiade non ci speravo proprio».

Certo, questi del tiro, che tornano da Londra con cinque medaglie, sono davvero dei bei tipi. La Rossi – che ha vinto da favoritissima, e ieri in tribuna si è emozionata e poi hanno fatto le foto assieme avvolti nel tricolore - è l’esatto contrario della velina e la prima cosa che le viene in mente è dedicare la medaglia d’oro ai terremotati. Campriani, invece, è uno che a vent’anni se n’è andato in America a laurearsi e che dopo Londra non andrà in vacanza, perché ha un sacco di cose più interessanti da fare. Fabbrizi per prima cosa accarezza la bandiera tricolore che ha al collo e sussurra «Per questa morirei». E pazienza se per Beppe Grillo le Olimpiadi sono il trionfo del nazionalismo. E ancora: «Amo l’Italia, amo il mio paese, starci lontano venti giorni è una sofferenza».

Gente che lavora (lui si fa 200 piattelli al giorno, tutti i giorni, per gradire), che sta nell’ombra, che fa un mucchio di cose e non si vede mai in televisione. E si prende le sue responsabilità: «Niente da dire, ho sbagliato e basta, succede. No, non è stata colpa della pioggia. E’ che prima o poi uno deve sbagliare e quello sono stato io. Amarezza? Non direi, o forse sì, diciamo un ottanta per cento di felicità e un venti di rimpianto». In finale Fabbrizi ci è arrivato da terzo, stava assieme allo spagnolo Serrano e dietro a uno che – dall’alto del suo 125 netto (record del mondo eguagliato) - sembrava imbattibile, l’australiano Diamond. Poi, vedete come è questo sport, affascinante e terribile, il Diamante perde brillantezza, sbaglia una volta, poi due, infine cinque, e rotola fuori dal podio. Invece Massimone, prima scende al 5° posto, ma poi cambia marcia, è una macchina, risale, aggancia l’istriano e non lo molla più.

Poi sotto un cielo gonfio di pioggia, via ai rigori, un tiro a testa, la nuvoletta rossa, il sospiro di sollievo. Poi, quando la nuvoletta non compare, allora vuol dire che è finita: «Ma per uno che non doveva nemmeno esserci, che era arrivato qui con 39 di febbre e ha cominciato a gareggiare con 13 giorni di antibiotici alle spalle, direi che va bene così. Anche se, certo, l’oro sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Mi porto via da Londra momenti difficili da descrivere, ieri all’inizio facevo perfino fatica a tirare, mi mancava il respiro dall’emozione, poi Albano (il suo citì - ndr) mi ha detto che ero allo spareggio per l’oro ed io ero talmente confuso che credevo di battermi per il bronzo».

Celibe, ma fidanzato con Maria, 35 anni fra venti giorni esatti, appassionato di pesca e così amante dei cani da averne tre, Massimone è un uomo di passioni semplici e di pensieri positivi: «Ogni mattina mi alzo e comincio la giornata cercando di fare il massimo. Però le volte in cui ottieni poco o nulla sono di più, giornate come queste sono rare, a volte non capitano mai, ma se capitano ti ripagano di tutta una vita di sacrifici». Ma ci sono giorni perfetti: «E in quei giorni – racconta Massimone – vedi i piattelli così grandi che ti sembra persino di leggere il nome del costruttore». E ieri, per Massimone, era il giorno perfetto. Quasi perfetto, veramente. Non come la canzone di Lou Reed, ma ci siano quasi. E poi, ricordiamolo, era solo la prima Olimpiade. C’è tempo per arrivare a Rio nemmeno quarantenne. Sperando che la saudade non funzioni alla rovescia.
Martedì 7 Agosto 2012, 10:31 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 00:00
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