“Utero in affitto” in Ucraina
Indagini su coppia pesarese

Il tribunale di Pesaro
di Elisabetta Rossi
PESARO - Un figlio a ogni costo. Al costo di finire nei guai con la Giustizia. Con quella italiana. Perché per quella ucraina, lei, 50enne pesarese, è la mamma a tutti gli effetti (di legge) di un bimbo di poco più di un anno frutto di una maternità surrogata. C’è scritto anche sull’atto di nascita rilasciato da un ospedale di Kiev. Peccato però che per la normativa italiana con quell’atto sia stato commesso un reato. E cioè, un’alterazione di stato. Alterazione venuta alla luce quando la donna, e con lei il marito (padre biologico del bimbo), hanno chiesto la trasmissione degli atti al Comune del Pesarese dove risiedono. La Procura della Repubblica di Pesaro, avvisata dal Consolato italiano a Kiev, si è subito mossa. E ha contestato alla coppia il falso atto di nascita. I due sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di alterazione di stato, delitto di una certa gravità che prevede la pena della reclusione da cinque a quindici anni. E ora rischiano di finire a processo. Per i loro avvocati, Susanna Lollini del foro di Roma, e Ezio Menzione del foro di Pisa, la vicenda è invece molto chiara. Anche perché è purtroppo molto frequente. «E’ pieno di casi simili a questo – spiega l’avvocato Lollini – e per noi non c’è alcun reato da parte di chi ricorre alla maternità surrogata. Non è stato dichiarato alcun falso. Al momento della nascita di un bimbo grazie alla maternità surrogata, in Ucraina si certifica immediatamente che i genitori sono quelli che hanno deciso di avere quel bambino. I miei assistiti non hanno commesso alcun falso, non c’è stata alcuna alterazione, così come non c’è alcun dolo».

Quello dei due coniugi pesaresi è un calvario comune a tante coppie che sempre più decidono di andare in Ucraina o in India alla ricerca di un utero cosiddetto in affitto. Ma è l’ultima e forse unica speranza di avere quel figlio che per anni è stato cercato ma che la natura non ha mai concesso. E questo perché ci sono donne che scelgono di dare in prestito il proprio utero in cambio di denaro. E di liberarsi del bambino che hanno tenuto in grembo per nove mesi per un po’ di soldi. Dall’altra parte ci sono coppie disposte a tutto o quasi pur di avere in casa quella scintilla di vita che hanno sempre desiderato. Anche di finire sotto processo. E di essere sottoposte a controlli invasivi e dolorosi, nel fisico, ma soprattutto nell’anima. La coppia di pesaresi ha dovuto fare il test del Dna. Lui è risultato ovviamente il padre biologico del bambino, lei ha dovuto sentirsi dichiarare, ancora una volta, sterile.

Le indagini, condotte dal pm Monica Garulli, non sono ancora concluse. Ma non dovrebbe mancare ancora molto alla fine. Il bimbo intanto vive e cresce bene accanto ai suoi genitori. E, stando alla giurisprudenza più recente, questa vicenda potrebbe avere un lieto fine. Casi simili si sono chiusi infatti con l’assoluzione piena della coppia di coniugi.
Martedì 19 Novembre 2013, 07:53 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 00:00
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