Strage nel Mali/Vendetta al Qaeda, schiaffo a Parigi
e risposta all’Isis

di Alessandro Orsini
Se volete capire il sangue di Parigi, volgete lo sguardo verso Bamako, la capitale del Mali, perché i terroristi islamici non colpiscono mai a caso. Essi hanno molte vendette da consumare contro i francesi. Il Mali ottenne la sua indipendenza dalla Francia, il 30 giugno 1960, e, dopo colpi di Stato, dittature, carestie e rivolte interne, avviò un processo di democratizzazione nel 1991 che portò all’elezione del generale Touré nel 2002, il quale trasformò il Mali in uno dei paesi più stabili dell’Africa. Nel gennaio 2012, scoppiò una rivolta Tuareg nel nord del Paese e, tre mesi dopo, un colpo di Stato consegnava il potere al dittatore Amadou Sanogo, il quale giurò di schiacciare gli insorti che, invece, avanzarono e dichiararono la nascita di una nuova nazione chiamata Azawad.

Ne nacque una rivolta nella rivolta giacché i Tuareg dovettero fronteggiare, a loro volta, i fondamentalisti islamici del gruppo Ansar Dine che, avuta la meglio, impiantarono la sharia a Timbuktu, Gao e Kidal. Per resistere agli assalti del nuovo dittatore, i fondamentalisti islamici chiesero l’intervento dei terroristi di al Qaeda nel Maghreb Islamico, la cui centrale operativa è nella confinante Algeria, che giunsero da ospiti e si piazzarono da padroni. Atterrito dalla presenza di al Qaeda, il dittatore del Mali si rivolse ai francesi che, l’11 gennaio 2013, iniziarono a sparare ad alzo zero contro gli jihadisti, scacciandoli dalle loro roccaforti. Tutto questo spiega l’assalto all’Hotel di Bamako che è stato condotto da un gruppo di fondamenalisti islamici desiderosi di fare nel nord del Mali ciò che al Baghdadi sta facendo in Siria e in Iraq. I francesi dominano il Mali.



TUTTO PREVEDIBILE

Gli jihadisti vorrebbero dominarlo e questa nuova strage era prevedibile dal momento che al Qaeda, con una regolarità che non conosce eccezioni, cerca visibilità tutte le volte che l’Isis conquista la scena. Era già accaduto con la strage di Charlie Ebdo del 7 gennaio 2015, realizzata quando le televisioni di tutto il mondo parlavano soltanto dell’assedio di Kobane, la città difesa dai curdi al confine con la Siria, in cui infuriò una dura battaglia per sei mesi, risolta grazie ai bombardamenti americani. Accade oggi, a Bamako, subito dopo la strage di Parigi.



Se prima dell’affermazione dell’Isis gli attentati dei terroristi islamici dipendevano soltanto dal loro rapporto conflittuale con i paesi occidentali, oggi dipendono anche dalla rivalità all’interno della galassia jihadista, da cui sono spuntate due orribili teste.



IL GIURAMENTO

L’Isis sta lottando tenacemente per ottenere il giuramento di fedeltà delle organizazioni jihadiste in Africa legate ad al Qaeda. Il suo più grande acquisto è stato Boko Haram, in Nigeria, prima legato ad al Qaeda e poi passato all’Isis. Per dare un’idea del valore di questa alleanza, ricordo che Boko Haram, nel 2014, ha ucciso più uomini dell’Isis in attentati terroristici: 6.664 contro 6.073. Per non parlare delle pressioni che gli uomini di al Baghdadi stanno facendo sui militanti somali per ottenere il giuramento di fedeltà da parte di al Shaabab, ancora legata ad al Qaeda, dopo avere già incassato il giuramento dei militanti nella Penisola del Sinai, anch’essi spergiuri verso al Qaeda.



Risentendo della competizione tra Isis e al Qaeda, il mercato delle alleanze jhadiste in Africa è diventato più frenetico della borsa di New York, e la storia del gruppo che ha rivendicato la strage nell’Hotel di Bamako rappresenta bene la girandola di scissioni, fusioni, giuramenti, in cui è coinvolta la galassia jihadista africana. Al Morabitoun è nata dalla fusione di due gruppi originati da una scissione da al Qaeda nel Maghreb Islamico: il “Movimento per l’unità e il jihad dell’Africa Occidentale” e la Brigata al-Mua'qi'oon Biddam ovvero “quelli che firmano con il sangue”, guidata da uno dei terrosisti africani più noti nel mondo, Mokhtar Belmokhtar.



Qualcuno ha detto che questa competizione nella galassia jihadista favorisce l’Occidente perché impedisce l’unificazione degli jihadisti, rendendoli meno forti. È vero, la divisione indebolisce, ma questa competizione si traduce in una crescita degli attentati terroristici. Nel 2013, erano stati 10mila con 18mila morti. Nel 2014, 13,500 con 33mila morti.

Sabato 21 Novembre 2015 - Ultimo aggiornamento: 00:41

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