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Sport

Addio a Lino Cascioli
grande cronista del Messaggero

Lino Cascioli con Renato Zero e Giovanni Malagò

E' morto all'età di 76 anni il giornalista Lino Cascioli, per anni grande cronista sportivo del Messaggero.

di Roberto Renga

Senza voler fare della retorica, perché Lino si sarebbe arrabbiato: ci ha salutato con un articolo, uno dei migliori tra i mille e mille che ha scritto. Un pezzo sulla crisi della squadra che amava e che ha seguito da sempre, la Roma. Una frase indimenticabile, in quelle ultime righe: questa Roma perde sempre benissimo. C’è qualcosa di più bello in giro?

Lino Cascioli aveva settantasei anni, buona parte dei quali li ha trascorsi scrivendo, e come, di calcio internazionale, nazionale, cittadino. Lo ricordiamo al Momento sera e poi al Messaggero, dal quale si era allontanato prima dei mondiali del Novanta per aprire una società editrice, il Parnaso e già il nome dice tutto: si sarebbe occupato, ci mandava a dire Lino, di poesia, letteratura e sport, Roma e la Roma in particolare, con quei libri da collezionare che ci ha regalato, veri pezzi d’antiquariato e d’arte.
Era un poeta, ma anche un cronista, un grande, inarrivabile forse, cronista e può trovare strano questo accostamento solo chi non ha conosciuto Cascioli, non ha passato con lui serate indimenticabili, al seguito di una squadra, ma soprattutto di un uomo che sapeva raccontarti la vita e la professione.

Ti stava accanto a tavola, Lino, allegro, gioviale, pronto alla battuta e all’abbraccio, e poco prima aveva telefonato il pezzo che ti avrebbe rovinato la giornata successiva. Sensibilità, fiuto, intelligenza, conoscenza della materia. Tutte doti che spingono i protagonisti a fidarsi di te e dunque a confidarti notizie che solo tu potrai avere: quelle doti le aveva e lo portarono sul podio.

Ai mondiali dell’ottantadue, lo persi raramente di vista. Io a Paese Sera, lui al Messaggero. Lino un grande, io a cercare di capire attraverso quali strade si può diventare Cascioli. Lo marcavo a uomo, strettamente. Quel giorno in cui l’Italia sconfisse l’Argentina, Claudio Gentile si rivolse ai giornalisti italiani, urlando: bastardi! Lino sentì e scrisse. Il giorno dopo raggiungemmo insieme il ritiro della Nazionale e Bearzot lo cacciò. Lo seguii. Venimmo raggiunti da Gentile. Ci disse: scusate, ho detto il falso a Bearzot e lui ha creduto a me. Non ho avuto il coraggio di deluderlo.

Lino aveva il potere di mandare in tilt il cittì.
Bastava una sua domanda, fatta senza tradire ansia o preoccupazione, e Bearzot prendeva fuoco. Liti memorabili. Cascioli serafico, l’altro un vulcano. Ma Bearzot stimava il cronista e qualche mese dopo il mondiale gli concesse un’esclusiva memorabile, forse la più importante nella storia del giornalismo azzurro: la nuova Italia di Bearzot, titolò più o meno il Messaggero. Un altro scoop.

Quando lo raggiunsi, nel 1985, al Messaggero, mi fece un regalo che mi porterò nel cuore per sempre. Come quelle lezioni che dava in treno, in aereo, in auto, a cena, sui campi, in conferenza stampa.

Lunedì 31 Ottobre 2011 - 13:43
Ultimo aggiornamento: -
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