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Economia

Statali, pensione obbligata
con 40 anni di contributi

Con il massimo dell'anzianità le amministrazioni possono decidere di mandare a casa il personale

ROMA (28 giugno) - Si allarga la platea di dipendenti pubblici che potrebbero essere costretti ad andare in pensione. Con una norma inserita nel cosiddetto “decreto anticrisi” dell’altroieri, il governo ha previsto che le amministrazioni possano mandare a casa il personale «a decorrere dal compimento dell’anzianità massima contributiva, di 40 anni». Insomma chi ha maturato 40 anni di contributi può essere mandato in pensione con la forza. Non si tratta di una novità assoluta, già il decreto finanziario dello scorso anno aveva introdotto questa sorta di prepensionamento di massa nel pubblico impiego; ora però con questo atto il governo aumenta di parecchio il numero degli interessati. Se finora la soglia per mandare via un dipendente erano i 40 anni di contributi effettivi, con la nuova norma bastano 40 anni di contributi “figurativi”. Cioè si possono includere nel conto anche gli anni del servizio militare e degli studi universitari (ammesso che sia stato pagato il “riscatto”, come fanno molti lavoratori).

I tentativi precedenti. Non è la prima volta che il governo prova a presentare questa interpretazione più estesa della norma. Così era stato scritto nel 2008, nel testo del primo decreto, ma poi il Parlamento aveva corretto la formulazione. Un nuovo tentativo si era registrato lo scorso marzo, quando la norma sui 40 anni di contributi fu inserita all’interno di un decreto dedicato agli aiuti per l’industria. In questa seconda occasione fu Gianfranco Fini a bloccare tutto: la Presidenza della Camera giudico l’articolo di legge estraneo alla materia del decreto (cosa c’entra il pensionamento dei dipendenti pubblici con gli incentivi alla Fiat?).

Le liquidazioni. Quel testo bocciato da Fini comprendeva fra l’altro un’altra misura rilevante, qualcosa di inedito per il mondo del lavoro italiano. Si stabiliva il congelamento per tre anni delle buonuscite (cioè delle liquidazioni) di tutti i dipendenti pubblici: chi va in pensione nel 2010 non incassa i suoi soldi prima del 2013. Nel decreto presentato ieri dal governo il rinvio delle liquidazioni non c’è, ma certo l’uscita massiccia di tanti dipendenti dai ruoli della pubblica amministrazione rappresenta un problema per i conti pubblici, ed è ovvio che il Tesoro si preoccupi di limitare i danni.

I costi. Il pensionamento di un impiegato assicura un risparmio per la sua amministrazione, ma allo stesso tempo porta un aggravio di costi all’Inpdap che deve pagargli la pensione, e poi il primo anno si deve sostenere il peso delle buonuscite. Secondo le stime diffuse da Paolo Crescimbeni, presidente dell’istituto previdenziale, la norma sui pensionamenti con 40 anni di contributi farà del 2009 un anno record per le uscite dal pubblico impiego: lasceranno il lavoro 134 mila persone, cioè quasi il doppio dei 70 mila che abitualmente vanno in pensione ogni anno.
I medici. La decisione di estendere i prepensionamenti anche a chi ha 40 anni di contributi figurativi ha fatto arrabbiare i sindacati dei medici. In un comunicato congiunto quasi tutte le sigle di categoria parlano di un «colpo di mano» del governo e di «rottamazione dei dirigenti medici e veterinari». Fra i dipendenti pubblici i medici sono forse i più colpiti dalla modifica, perché hanno tutti alle spalle molti anni di università e di specializzazione. Da notare che la regola dei 40 anni figurativi non si applica ai primari.

Imprese. La parte relativa al personale pubblico ovviamente rappresenta solo una piccola parte del decreto presentato venerdì. Una delle misure più importanti è quella che consente alle aziende di ottenere una detassazione al 50% degli utili reinvestiti nell’acquisto di macchinari. Nella relazione tecnica del decreto si legge che questo conto fiscale costerà allo Stato 2 miliardi.

La tassa sull’oro. Per coprire questo aggravio di spesa il governo prevede di incassare risorse aggiuntive, ad esempio, grazie a una nuova imposta sull’oro: le società e gli enti che hanno una disponibilità di metalli preziosi dovranno pagare un’aliquota del 6% sulle “plusvalenze”, cioè sulla differenza fra il prezzo di acquisto e il valore che a quel bene hanno attribuito nei bilanci. Si spera di ricavare un miliardo di euro. Un altro miliardo di copertura dovrebbe arrivare invece da una maggiore severità nelle compensazioni dei crediti dell’Iva.

Domenica 28 Giugno 2009 - 15:23
Ultimo aggiornamento: Martedì 00 Novembre - 00:00
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