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Una giornata da disabile

Quando mi arriva la telefonata della polizia mi si gela il sangue nelle vene. “Sua figlia ha avuto un incidente, la stiamo portando a valle. Ci raggiunga alla base della seggiovia”.
Mi assicurano che sta bene, ma probabilmente ha una gamba rotta.
Mi calmo e in poco tempo la raggiungo insieme a mia moglie.
L’ambulanza è già sul posto.
La caricano dentro e mia moglie sale con lei.
Io intanto recupero le sue cose e corro con mio figlio in albergo a prendere la macchina.
Dopo trenta minuti sono al pronto soccorso dell’Ospedale Codivilla di Cortina d’Ampezzo, tra sanitari premurosi e competenti. C’è perfino la musica classica in sottofondo.
La diagnosi è già fatta e le stanno applicando il gesso; frattura di tibia e perone.
“Dovrà stare ingessata almeno quaranta giorni e non deve poggiare il piede per terra”, mi dice con un sorriso rassicurante l’ortopedico. “Recupererà prestissimo”.
Torniamo a Roma il secondo giorno della tanto sognata settimana bianca.
Non me la prendo più di tanto con il destino; la mia vita si svolge in gran parte tra sofferenza e morte, navigando tra destini ben più crudeli del mio e in mezzo ai veri dolori della vita.
I primi giorni sono difficilissimi.
Mia figlia deve essere spostata in braccio e io sono l’unico della famiglia a farcela.
Affitto una carrozzella, poi mi reco con la bambina alla ASL per una visita con il medico legale in modo da cercare di ottenere il permesso per parcheggiare nei posti riservati ai disabili.
Il medico è gentilissimo, le segretarie ancora di più.
Sono felice di constatare che anche a Roma qualcosa funziona alla stregua di Cortina.
In pochi minuti ho il certificato in mano e, forse, meno problemi e poco più tardi il sospirato contrassegno arancione.
Il giorno successivo accompagno mia figlia a scuola.
Ci siamo dovuti alzare tutti mezz’ora prima: i preparativi per uscire ora sono ovviamente molto lunghi.
La macchina è parcheggiata lontano.
Mentre mia moglie veste mia figlia, corro a prenderla e la lascio in seconda fila davanti al portone di casa perché non c’è un posto libero, compreso quello per handicappati, a pochi metri di distanza. Salgo a casa e prendo in braccio mia figlia.
Ha uno zaino pesantissimo che il fratello si offre di portare.
Lo guardo entrare in ascensore piegato in maniera quasi innaturale sotto il peso dei due zaini e mi fa una tenerezza infinita.
L’ascensore si ferma al piano terra.
Ci sono ancora dei gradini da fare.
Prendo in braccio mia figlia e arrivo all’automobile.
Apro lo sportello e cerco di infilarla dentro.
Non riesco a farla entrare in alcun modo.
La gamba tesa ingessata sembra un ostacolo insormontabile.
Proviamo ad entrare in un altro modo e con un piccolo stratagemma riesco a posizionare la bambina. Che stupido, penso, bastava pensarci un attimo.
Ma attimi per pensare non ce ne sono.
Bisogna correre.
Si parte.
Dieci minuti e siamo a scuola.
Ricordo che c’è un posto per disabili proprio sotto l’ingresso.
Mi ci dirigo alla velocità della luce, ma con mio grande disappunto è occupato da un auto senza contrassegno.
Probabilmente è di qualche genitore che ha accompagnato i figli a scuola, ma non ho tempo di aspettare.
Qualche metro e sono su Corso Trieste in una bolgia infernale.
Non c’è posto.
Lascio l’auto in seconda fila, scarico la carrozzella, prendo in braccio mia figlia e la faccio sedere. Tento di raggiungere il marciapiede, ma è impossibile; non c’è spazio tra le automobili parcheggiate. Cerco di adocchiare la piccola rampa per disabili in corrispondenza delle strisce pedonali e quando il mio sguardo la trova, mi accorgo che è quasi totalmente occupata dal muso di una smart.
In pratica ci è salita sopra.
Decido di rasentare le macchine in doppia fila e faccio un giro immane per conquistare il marciapiede.
Arriviamo sotto il portone della scuola.
C’è una scalinata da superare e nessuna rampa per disabili.
Cavolo, non ci avevo proprio pensato.
Mi sposto in un angolo e prendo di nuovo in braccio mia figlia.
Lei mi sorride, ha profonde occhiaie, sembra dispiaciuta per me.
Mentre salgo i gradini uno ad uno mi da un bacio sulla guancia come per darmi forza.
Ed è davvero così.
Per fortuna la classe è al piano terra.
Entriamo e la metto seduta al suo banco.
Il tallone però poggia per terra.
Bisogna trovare un panchetto per sollevare il piede e tutta la gamba. Il benedetto panchetto non si trova.
Prendo lo zaino e le faccio poggiare il piede sopra.
Funziona, ma è un problema prendere i libri.
Telefono a mia moglie.
A casa abbiamo un panchetto di IKEA che i bambini usavano per arrivare al lavandino quando erano più piccoli.
Mia moglie mi assicura che lo porterà a scuola di lì a poco.
Finalmente sembra tutto a posto, posso andare a lavorare.
Mia figlia mi sorride e io ricambio, ma mi si stringe il cuore mentre la saluto.
Lavoro abbastanza vicino, in pratica all’Università.
Mi vengono i sudori freddi; già, dove parcheggerò?
Poi guardo il contrassegno per disabili.
Per un attimo, un solo attimo, mi sento invadere dall’euforia, poi cancello quel pensiero perverso e nascondo il contrassegno.
Questo mio gesto viene premiato: trovo parcheggio senza dover ricorrere all’aiuto del permesso.
A pochi metri noto un posto per disabili ancora vuoto.
Vado a lavorare con il cuore più leggero.
Di lì a poco mi telefona mia moglie inferocita.
E’ stata a scuola a portare il famigerato panchetto e ha parlato con il preside chiedendo spiegazioni riguardo la mancanza di una rampa per disabili in una scuola romana tanto blasonata.
Dal colloquio si viene a sapere che in realtà esiste una sedia mobile per disabili ma che è rotta da tre anni e nessuno l’ha mai riparata.
Però, se vogliamo, ci verrebbe concesso di usare un montacarichi in comune con il liceo accanto. Vada per il montacarichi, dico fra me e me, ma non sono tanto convinto.
Arrivano le 13.30.
Esco di nuovo per andare a prendere mia figlia.
Metto ben visibile il contrassegno sopra il cruscotto con la speranza di riuscire a parcheggiare nel posto riservato ai disabili.
Nulla da fare; quell’unico posto è gettonatissimo, non mi resta che occupare le strisce pedonali sperando non capiti un vigile proprio in quel momento.
Prima di entrare nella classe di mia figlia dò un’occhiata al montacarichi e questo mi basta per decidere di non usarlo mai.
Avverto le bidelle che Giovanna verrà sempre portata in braccio da me e leggo nei loro occhi un sospiro di sollievo: a qualcuna sarebbe toccato accompagnare la bambina, del lavoro in più non desiderato…
Così prendo mia figlia in braccio e la riporto in auto.
Pochi minuti e siamo a casa.
La speranza di trovare un posto libero sotto casa muore ancor prima di essere vissuta.
Parcheggio in maniera indegna montando sul marciapiede ma avendo cura di lasciare uno spazio sufficiente per il passaggio dei pedoni.
Riprendo mia figlia, sempre in braccio, e la porto a casa.
La spalla sinistra mi fa un male cane, ma faccio finta di nulla.
La consegno letteralmente a mia moglie e scappo di nuovo al lavoro.
E’ ormai tarda sera quando ritorno a casa. Il posto per disabili stavolta è libero: miracolo.
Mi ci infilo alla grande e espongo il permesso arancione.
Cerco di scacciare il senso di colpa che stupidamente mi attanaglia: l’indomani avrò assolutamente bisogno dell’automobile vicino casa.
Prima di uscire dalla macchina do un’occhiata nello specchietto retrovisore per accertarmi che nessuno mi stia osservando, poi sgattaiolo fuori guardandomi attorno con circospezione, come fossi un ladro.
Non vorrei che qualcuno, osservando la mia “agilità”, o meglio la mia “abilità”, mi giudicasse come il solito opportunista che sfrutta gli handicap degli altri per trovare parcheggio.
Confesso che qualche volta, in situazione inversa, l’ho pensato anch’io, e ora me ne vergogno perché ciò denota con quanta superficialità spesso giudichiamo situazioni e persone senza riflettere a sufficienza.
Forse, mi dico, dovrei mettere un cartello in cui spiego che la mia auto sulla linea gialla non è necessaria a me, ma a mia figlia che non può camminare.
Poi sorrido e scaccio questo ulteriore pensiero idiota dalla testa, convincendomi che non sto rubando nulla.
Ma ho ancora un esitazione.
Forse dovrei mettere in bella vista la carrozzella a giustificare così il mio parcheggio.
Poi scuoto la testa, inserisco l’allarme e mi avvio verso casa zigzagando tra macchine pressate una contro l’altra e buche sul marciapiede.
Santo cielo, non avevo mai notato quante ce ne fossero.
Ma ora è tutto diverso.
Completamente diverso.
Si, ora che misuro la vita in centimetri, ora che lo spazio è ossigeno e una macchina parcheggiata sotto casa è vita.

Dr. Luca Laurenti

Martedì 26 Febbraio 2013 - 18:33
Ultimo aggiornamento: 18:34
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