Paolo Ricci Bitti
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Rugby, le magnifiche vittorie degli azzurrini e quel viaggio in treno con l'Inghilterra under 20

Hanno battuto i francesi, i gallesi, gli irlandesi e financo gli inglesi le under 18 e 17 azzurre impegnate in queste ultime settimane in tornei di lunga tradizione in Galles. Fra sigle (A e B) e denominazioni geografiche (Est e Ovest) e di origine (Academicals e Regionals) c’è un po’ da perdersi e così anche nelle questioni anagrafiche (under 17 italiani contro under 16 francesi, sia pure di pochi e ininfluenti mesi), e così non è immediato pesare i risultati, ma questo è francamente un tema da lasciare al brusio molesto e spesso in malafede dei commentatori di professione sul web che per ignoranza o calcolo perdono di vista il quadro generale.

Fatto sta che selezioni azzurre in trasferta hanno avuto la meglio di ragazzini rivali che crescono ogni giorno a pane e rugby nelle grandi nazioni di Ovalia e che per con conquistare la maglia in quelle squadre devono vincere fior di concorrenza. E che vittorie (in Rete trovate i video): buona verve e frequenti giocate di ottima qualità. Alla fine il bilancio conta successi su partite: per l’under 18 di Mattia Dolcetto 22-17 contro l’Irlanda School e 11-5 con l’Inghilterra A, vittorie seguite al ko 24-9 con il galles. Per l’under 17 di Grassi, Galgani e Griffen (suddivisa persino in due formazioni con distribuzione equa dei migliori) sucessi 17-15 con la Francia Est, 28-24 con la Francia Ovest, 31-0 (!) con i Galles Academicals e sconfitta 5-10 con Galles Regional a cui vanno infine aggiunte la vittoria della A sulla Francia Est (15.12) e la sconfitta della B con la Francia Ovest 14-7. Sei vittorie e tre sconfitte (e fra queste ultime nessuna rullata).

Insomma, questi ragazzini in azzurro tornano in Italia ben appesantiti da qualche chilogrammo di fiducia e di orgoglio. Onore anche ai tecnici. L’arcinota rondine non porterà allora la primavera, ma con molta prudenza si possono tuttavia registrare questi incoraggianti sommovimenti del rugby giovanile italico che pure in passato non aveva lesinato soddisfazioni in fatto di exploit. Appunto, exploit seguiti da oblìo e tristi constatazioni: come mai di quegli under 18 che avevano dominato inglesi o gallesi non ne restavano che un paio (se andava bene) nell’orbita azzurra dei seniores? E perché anche quest’anno l’under 20 le ha perse tutte nel Sei Nazioni di categoria? Perché fino ai 18 anni il movimento italiano riesce spesso a veleggiare insieme ai più forti avversari europei, che pure possono contare su un numero di praticanti e su una cultura ovale enormemente più vasti, per poi perdersi una volta varcate le colonne d’Ercole della maggiore età. Forse, banalmente, perché finora, tra molte colpe e altrettanta ineluttabilità - che molti continuano a non voler considerare - la nostra filiera non era abbastanza strutturata. E inoltre la materia prima (i giocatori) ancora scarseggia alquanto rispetto a quella dei rivali.

Adesso invece, intanto, la base si sta allargando grazie all’effetto del Sei Nazioni: sempre più spesso capita di imbattersi nei club in under 14, ad esempio, in cui non c’è nemmeno un figlio o un fratello di rugbysta. Non ci si pensa abbastanza ma questo frutto dei Sei Nazioni è forse il più prezioso per noi ultimi arrivati nel torneo che si gioca dal 1883. E in nazioni in cui lo sport a scuola ha da sempre un ruolo determinante nella formazione del ragazzo. Ma allora quanto tempo servirà per allinearci con gli avversari almeno dal punto di vista dei fondamentali? Tantissimo, perché intanto il buco nero del rapporto scuola-sport continuerà a nascondere talenti. Però qualche segnale per invertire la tendenza ora c’é, con la speranza che il flusso si intensifichi mettendo a sistema tutto il movimento come verrà chiesto al nuovo staff della nazionale affidato all’irlandese O’Shea. Un compito ciclopico messo a rischio da continue possibilità di inciampare nelle nostre ataviche arretratezze come nazione non certo solo in fatto di rugby. Ma almeno ci si proverà ed è la prima volta.

Delle vittorie degli azzurrini in questi giorni, del resto, mi ha colpito quella dell’under 18 sull’Inghilterra A. Ne sono proprio contento. Due anni fa, per caso, a poche ore ore da Inghilterra-Italia nel Sei Nazioni, ho viaggiato in treno da Victoria a Twickenham con l’under 20 inglese che la sera prima aveva mazzolato senza pietà (61-0) la squadra di Troncon. Beh, quei ragazzoni con i borsoni che si stringevano nel vagone, e che poi avrebbero vinto il Torneo, facevano impressione: non ce ne era uno sotto il metro e 85 e – a occhio – sotto i 90/95 chilogrammi. Gigantesche le seconde linee, possenti i piloni, schiene come armadi, mascellone squadrate, bicipiti poderosi. Troppo, troppo grossi per essere dei ventenni non ancora professionisti. E tutti erano così, tutti, come fatti con la pressa. Epperò parlando con uno dei loro accompagnatori non ho fatto trapelare sospetti e insinuazioni e domande che pure ti fai davanti a quelle montagne di muscoli, che poi cosa vuoi pensare quando vieni annichilito così dagli avversari? Mica puoi dare l’idea che cerchi alibi. A ogni modo mi viene raccontato, mentre il treno come al solito si affolla via via all'inverosimile di maglie bianche, che la squadra con cui viaggio viene assemblata pescando da un gruppo di circa 50 ragazzi che alimenta anche l’Inghilterra A. Il gruppo dei 50, però, non era stato semplicemente selezionato all’inizio della stagione.

No, la storia è così: l’avvento del professionismo (1995) in una nazione ovale come l’Inghilterra aveva infine spinto la federazione a individuare negli anni 2008 e 2009 un migliaio di under 14 che mostravano qualche segno di talento. A questi mille, ovvero alle loro famiglie, era stato prospettato un percorso che prevedeva club o accademie da affiancare agli studi con l’impegno dei ragazzi a seguire, oltre agli allenamenti in campo e in palestra, precise tabelle per l’alimentazione e gli skills (le capacità tecniche). Logico che per molti di questi ragazzi fosse comprensibile alimentare il sogno di diventare rugbysti professionisti in un contesto prestigioso come quello inglese. Ma nulla di questo percorso legittimava speranze che non fossero unite a impegno nello studio e nello sport e nella vita di tutti i giorni: per i successivi sei anni di questi adolescenti tutto era già scritto. Palestra, allenamenti in campo, skills, alimentazione mirata, match durissimi con il club o con l'accademia per passare le selezioni. E intanto un diploma al college e, per chi voleva, un pass per le università più quotate. Stagione dopo stagione, scrematura dopo scrematura, sei anni dopo si è arrivati a quei 50 da cui scegliere i 23 colossi da mandare in campo con gli azzurrini di Troncon. Come poteva finire?

twitter: @paoloriccibitti

paolo.riccibitti@ilmessaggero.it




  Venerdì 8 Aprile 2016, 17:16
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