Paolo Ricci Bitti
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Rugby, Sei Nazioni: bonus a nulla, l'attacco ai miti e ai riti del Torneo più antico del mondo

Facce da funerale per la Coppa

Non capiterà, perché il pronostico di Francia-Inghilterra è davvero impietoso nei confronti dei bleus, ma è comunque già capitato e proprio quando in ballo c’era l’Inghilterra. E non è stato un bello spettacolo quella premiazione tra facce da funerale. Ma adesso c’è persino chi vuole fare peggio e introdurre anche nel Sei Nazioni il punteggio con bonus. Stolti, così si continua a bestemmiare miti e riti del Torneo più antico del Mondo.

Un passo indietro. Il Torneo, a quattro, nasce nel 1883 e per decenni sono solo i giornali a tenerne la classifica: partite di solo andata ad anni alterni, due punti per la vittoria, uno per per il pareggio, nessuno per la sconfitta. Immediato, come i Dieci comandamenti.

The Championship resta una questione tra federazioni anche quando viene ammessa la Francia nel 1910. E, anno dopo anno, crescono miti, riti, leggende, imprese: l’epopea del Torneo non ha eguali nel resto dello sport mondiale.

Nel 1993, 110 anni dopo la nascita, lo sponsor reclama più visibilità e chiede che sia introdotta una coppa con tanti nastri che sventolano il suo nome davanti alle telecamere. Ma la coppa è una sola e così viene adottato il sistema della differenza punti. E’ l’inizio dell’offensiva contro il mito. Fino ad allora l’unica coppa reale era la magnifica Calcutta Cup, ma era contesa solo fra Inghilterra e Scozia: insomma, un mito nel mito.

Tutto il resto era impalbabile come la gloria, il massimo premio che mai potrà essere racchiuso in una coppa di qualsiasi metallo prezioso: la Triplice Corona (per l’anglosassone che batteva le altre tre), il Grand Slam (per chi le vince tutte), il cucchiaio di legno (per chi le perde tutte). Così poteva accadere anche che ci fossero cinque vincitori o cinque ultimi arrivati: nel 1973 tutte le squadre conclusero a 4 punti. Meraviglioso. Ed era normale che vi fossero due vincitori o due ultimi arrivati a pari punti: che importa? Mica la gloria o la delusione sono divisibili. E’ questo che ha reso unico il Torneo nell’arco dei primi due secoli. E’ questo che ha stregato tante generazioni.

Poi la svolta della differenza punti fatti/subiti e i primi abominii, come quello del 2001. Ecco allora le facce da funerale di Matt Dawson e di Martin Johnson mentre reggono imbarazzati la coppa dei Sei Nazioni, dimostrazione solare dell'effetto boomerang di questa immorale classifica.

Dunque, ultimo turno del Sei Nazioni che quell’anno aveva visto tre match slittare in autunno per limitare in inverno i contatti tra le due sponde del canale di San Giorgio durante un’epidemia di influenza ovina. L’Inghilterra è senza il capitano Martin Johnson (mano rotta) ed è guidata da Matt Dawson, numero 10 è Jonny Wilkinson: ha già 8 punti in classifica e punta al Grand Slam. Di fatto ha già vinto il Torneo perché vanta una mostruosa differenza punti fatti/subiti di più 155 (grazie anche agli 80 rifilati quell’anno all’Italia). L’Irlanda è a quota sei punti in classifica con un attivo di appena 34. Da una parte si lotta insomma per il Grand Slam, dall’altra per l’onore di battere i nemici di sempre e di guastare i loro sogni di en plein. Obbiettivi-trofei meravigliosi perché appunto impalbabili, altro che caffettiere argentee zeppe di nastri griffati.

In campo (trovate facilmente il match su Youtube con la voce strapparicordi di Bill McLaren) finisce alla rovescia del pronostico: 20-14 per gli irlandesi di Wood e O’Driscoll. Viene giù Lansdowne Road dalla felicità. Beh, dal fischio finale in poi la tragicommedia è da Oscar: i giocatori irlandesi sono fuori di testa per la gioia, gli inglesi guardano per terra, distrutti. Il più tetro è Martin Johnson, in tuta grigia, che aveva seguito da bordocampo i compagni. 

“Non è un momento facile per loro” dice Bill McLaren. E già, perché adesso quegli inglesi dal morale sotto i tacchi dovranno sfilare davanti alla Coppa del Sei Nazioni fino all’arrivo del capitano Matt Dawson che sarà costretto a esultare alzandola al cielo. Che diamine, c’è o no da celebrare la vittoria del Torneo? C’è o no da officiare quel rito artificiale voluto dallo sponsor? Epperò di questa vittoria ai punti fatti/subiti agli inglesi non gliene frega nulla. Così Dawson e Johnson ricevono la Coppa, la tengono a mezz’asta, mai più alta del petto, giusto il tempo di fare le foto di rito. Johnson neppure prova a fare un sorriso di circostanza, se potesse quella coppa la accartoccerebbe come una lattina con quelle manone da Frankenstein. Dawson prova ad allargare le labbra, ma il risultato è piuttosto da paresi facciale. Mai visto giocatori che hanno vinto un Torneo uscire dal campo con quelle facce da funerale.

Senza questa pantomina, in passato gli irlandesi avrebbero celebrato con la stessa foga la vittoria ex aequo del Torneo (e soprattutto il ko degli arcirivali) mentre almeno agli inglesi sarebbe stata risparmiata quella ipocrita passerella in favore di telecamere e di sponsor. I bianchi sarebbero filati subito a fare la doccia e dopo, davanti a una birra, avrebbero comunque potuto dimenticare che il Grand Slam era volato via, ma che almeno una vittoria sarebbe restata negli annali anche se ex aequo, così come era serenamente capitato per i primi 110 anni del Torneo. 

Adesso c’è qualcuno che verrebbe fare anche peggio, ad esempio l’autorevole Owen Slot del Times: sia pure in controtendenza con i colleghi di redazione che hanno molti più caps di lui, la prima ovale firma del quotidiano inglese ha insistito più volte perché venisse introdotto il punteggio australe, quello originale perché adesso ce ne sono almeno altre due versioni (una follia nella sport in un cui il procedere delle statistiche negli anni dovrebbe essere rispettato), ovvero 4 punti per la vittoria, due per il pareggio, un punto di bonus offensivo per chi segna 4 mete e un punto di bonus difensivo per chi perde di meno di 7 punti. E perché questa nuova riscritture delle Tavole della Legge? Per rendere più avvincente il Torneo che, secondo Slot, segna il passo con il rugby della Coppa del Mondo e con quello dello dell’emisfero sud. Un giudizio che stride con il successo crescente (pubblico, audience tv, sponsor) che The Championship continua ogni anno a incassare. E con il valore supremo del Torneo: la sua unicità.

Inutilmente è stato ricordato a Slot che questo punteggio australe ha senso nell’arco di un campionato sufficientemente lungo e che su solamente cinque partite si presta a non poche storture, anche perché si tratta di match di sola andata e non con andata e ritorno come nel Tre e adesso Quattro Nazioni australe. Ad esempio, grazie ai bonus, potrebbe accumulare più punti chi vince solo quattro partite rispetto a chi le vince tutte. Bel modo di conquistare un trofeo. E allora ecco che si propone di inserire opportune clausole di salvaguardia: un manicomio nel manicomio, un perverso ricorrere all’aritmetica. Il modo migliore per erodere ancora un po’ miti e riti, un profanare templi in cui i fedeli hanno sempre trovato risposte anche senza stare lì a fare i conti. Non bastavano giù le partite spalmate dal venerdì sera (orrore) alla domenica? Non bastavano già quelle partite in cui si deve sì vincere ma di un tot punti? E che valore ha un bonus ottenuto in una giornata di sole rispetto a quello sfumato in una giornata di tempesta?

No, per favore, abbiate rispetto del mito del Torneo.





  Venerdì 18 Marzo 2016, 12:29
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